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Vogliono il linciaggio. E difendevano O’Dell

Giustizia sommaria. Castrazione. Pena di morte. Garantisti scatenati contro gli assassini di Silvestro. Alla faccia delle campagne permissiviste.

Massimo Fini da Il Borghese del: 26/11/1997
AlI ‘indomani della scoperta dello scempio della vita, del corpo e dell’anima del piccolo Silvestro Delle Cave, Il Giornale titolava «Voglia di linciare i pedofili» e non aveva affatto l’aria di prendere le distanze da tale prospettiva. Tanto più che in prima pagina appariva un dotto articolo di Marcello Veneziani il quale invocava la pena di morte e, inventandosi di sana pianta un’intera teoria del diritto, indicava i casi in cui questa estrema punizione deve essere inflitta, includendovi naturalmente anche quello dei due presunti assassini del piccolo Delle Cave. In quanto a Vittorio Sgarbi gridava: «Castrateli!». Ma non erano gli stessi signori che non più di qualche mese fa si sgolavano per salvare dalla sedia elettrica lo stupratore e assassino O’Dell? Nella campagna a favore di O’Dell Il Giornale arrivò a impegnare fino a sei pagine a numero e il cappellano di casa, Renato Farina, salmodiò in tutte le sue salse, mollicce e ambigue come le sue carni, sulla «sacralità della vita umana». Ma O’Dell stava in America, il caso Delle Cave è accaduto in Italia, quindi, ragazzi, smettiamola di scherzare, quando ce vo’ ce vo’ eppoi non ci si può tirare indietro: vellicare gli istinti peggiori del lettore o dell‘ascoltatore porta sempre copie e audience.
È curioso e ondivago il «garantismo» di una certa Destra italiana, quella, per intenderci, che si riconosce nella linea giudiziaria berlusconiana. Per gli inquisiti, gli indagati di Tangentopoli questa Destra pretende l’ osservanza più scrupolosa delle garanzie e nemmeno questa gli basta perché se un magistrato, con provvedimento motivato preso in base alla legge e confermato dal Tribunale della Libertà e dalla Cassazione, ne tiene agli arresti qualcuno si grida all’ obbrobrio, allo scandalo, alla tortura, si urla che i pubblici ministeri «arrestano per estorcere le confessioni». Per gli arrestati accusati di pedofilia e assassinio si chiede invece di saltare non le garanzie ma il processo tout court e di passare subito al sodo, alla legge di Lynch, alla castrazione, alla pena di morte. È vero che si tratta di reati di gravità diversa, ma ciò non rileva sulle garanzie che devono essere uguali per tutti. Perchè l’errore ci può essere nell’uno e nell’altro caso.
Con molta professionalità e molta misura, il procuratore capo di NoIa, Alfonso Izzo, ha detto: «Abbiamo elementi per ritenere di essere su una buona pista. Ma durante la mia carriera ho visto molti casi di autocalunnia, persone che si addossavano colpe altrui per scagionare qualcuno, quindi aspettiamo». E a ogni buon conto la persona dell’imputato va sempre rispettata per orrendo sia il crimine di cui è accusato. Se vogliamo essere un Paese civile. Ma non è questa la via berlusconiana e «garantista»alla Giustizia, bensì un‘ altra: per i reati finanziari (la corruzione, la concussione, la truffa, l’ evasione fiscale, il falso in bilancio) cioè quelli in cui possono incappare «lorsignori» vale il «garantismo» più formalista, alla Carnevale, per gli altri invece il giustizialismo fermo, perché sono commessi, in genere, dalla suburra. I primi anzi non sono considerati nemmeno dei veri reati, tutt’al più delle «pirlate», e quindi se ne chiede l’amnistia, il condono, il colpo di spugna: l‘uscita da Tangentopoli. Se poi, come anche è stato proposto, vengono pure aboliti, risolvendo il problema alla radice, tanto meglio. Per i secondi c’è invece il linciaggio, la garrota, la castrazione, la pena di morte.
E in questa generale cialtronaggine, confusione mentale, perdita dei fondamenti del diritto e malafede, non ci si rende nemmeno conto (o si fa finta) che è proprio il lassismo e il permissivismo creato attorno ai reati di Tangentopoli a favorire anche delitti orrendi, e apparentemente lontanissimi, come quello di NoIa. Per motivi pratici, innanzitutto. A furia di mettere zeppe all’attività dei pubblici ministeri, cosa cui certa Destra si è applicata con grande fervore, per impedire le indagini sui reati di natura politico-amministrativa-imprenditoriale, la magistratura ha difficoltà anche in tutti gli altri settori. Il procuratore di Roma, Italo Ormanni, titolare di due grosse inchieste sulla pedofilia, ricordava che la legge vigente non consente di utilizzare alcuni strumenti indispensabili ( come le intercettazioni telefoniche e l‘utilizzo degli infiltrati) per indagare su alcuni reati che sono propedeutici alla pedofilia, perché ciò è possibile solo per fattispecie che prevedevano una pena superiore ai cinque anni. Ma più grave è la cultura del perdonismo, del lassismo, del permissivismo, del condono, dell’abbandono del principio di responsabilità che è stata creata nel Paese pur di salvare i ladri di Tangentopoli e, quando si tratta di «lorsignori», o di «lorsignorini», come Sofri e Pietrostefani, anche i condannati per assassinio. In Italia la pena è diventata un‘optional, anzi una cosa sconveniente, barbara, e questo non può che incoraggiare ogni genere di delinquenti, finanziari e non, «lorsignori» e sottoproletari.
Non si tratta quindi di oscillare perennemente, a seconda delle proprie convenienze, in un eterno pendolo fra «garantismo» e «giustizialismo», fra il guanto di velluto per alcuni e il pugno di ferro per gli altri. In Italia non c’è alcun bisogno di pene terribili. Bastano e avanzano quelle che ci sono, purché siano applicate, senza piagnistei, lamenti, pietismi, perdonismi, appelli, sceneggiate, condoni, sfarinamenti di tipo cattolico. La pena deve tornare a essere certa. E il ripristino del principio di responsabilità, a tutti i livelli, è la prima, vera, seria riforma da fare in questo Paese.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Società

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