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Il Vaticano attacca Di Pietro. E si dimentica di Marcinkus. Non solo: si scorda anche dei difetti della capitale. Del vizio.
Massimo Fini da Il Borghese del: 23/07/1997
Nei giorni scorsi l’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, ha sferrato un durissimo attacco a «Mani Pulite». Non è la prima volta. La campagna del quoti diano del Vaticano contro le inchieste giudiziarie che hanno coinvolto l’intera classe dirigente, politica e imprenditoriale, di questo Paese è in atto da tempo. Naturalmente l’Osservatore si è ben guardato dal contestare l’ azione dei magistrati quando la loro popolarità era all’apice (per far questo ci sarebbe voluto un coraggio che il direttore del giornale, Mario Agnes, fratello del più noto Biagio Agnes, il democristianone che fu padrone assoluto della Rai, non ha mai dimostrato di avere) ma ha cominciato a tirare fuori la testa verso la fine del ‘93, quando l’attenzione dell’opinione pubblica stava inevitabilmente scemando, prima cautamente poi senza più alcuna prudenza. Fino a ieri però il bersaglio preferito dell’ Osservatore era stato Antonio Di Pietro, il protagonista più discusso di «Mani Pulite». Questa volta invece l’Osservatore non se la prende con questo o quel magistrato ma attacca l’intero Pool di Milano e le inchieste nel loro complesso. Ecco un scampolo della prosa e delle accuse vaticane:«In primo luogo non aver colto, nonostante inviti autorevoli e non, quale grande valore fosse ed è l’armonia fra i poteri dello Stato (armonia spesso messa in pericolo da alcune loro azioni e dichiarazioni). Eppoi l’ essersi rivolti in una particolare occasione (caso unico nella storia repubblicana) direttamente ai cittadini, convocando le televisioni e mettendo in apprensione un’intera nazione. Ancora la vicenda sempre più avvolta nelle nebbie milanesi delle dimissioni di Antonio Di Pietro. Infine, la caduta di stile emersa dagli episodi recenti». Si potrebbe far notare all’autorevole Osservatore che se l’apparizione di Di Pietro davanti alle telecamere era, nella forma, ai limiti della legalità costituzionale, quest’atto era stato preceduto da un altro, legale nella forma ma inaudito ed eversivo nella sostanza, con cui un Parlamento pieno zeppo di inquisiti si autoassolveva. Oppure che l’ «intera nazione» ha mostrato molta più «apprensione» per l’incredibile marciume emerso dalle inchieste giudiziarie che per l’estemporanea sortita di Antonio Di Pietro. Ma il punto non è nemmeno questo. L’ Osservatore Romano è un organo del Vaticano, esprime l’ opinione della Chiesa sulle questioni del mondo e anche, sia pur ufficiosamente, quelle di Sua Santità. Ora Papa Wojtyla ogni santa domenica che Dio manda in terra ci dà, utilizzando anche le televisioni di Stato, ripetute lezioni di morale e ci dice in che modo dobbiamo comportarci durante le nostre vacanze. Che cosa ne dobbiamo dedurre? Quale morale dobbiamo trarne? Che per la Chiesa e per il Papa toccare il culo a una ragazza, approfittando della rilassatezza estiva, è più grave di rubare, truffare, intimidire, taglieggiare, imporre racket sistematici, corrompere, farsi corrompere, falsificare i bilanci, costituire fondi neri, evadere le tasse in dimensioni gigantesche? Perchè Di Pietro potrà essere anche un individuo dubbio e Borrelli e Davigo possono aver avuto delle cadute di stile ma questo è, senza possibilità di equivoco, il marciume scoperto e scoperchiato da «Mani Pulite». Che cosa fa Santa Madre Chiesa? Invece che con i magistrati e la legge, si schiera con i corrotti e i corruttori. E prima del ‘92 la voce dell’Osservatore, degli eminentissimi cardinali, della Chiesa, del Papa, non si è mai levata, dico mai, contro la macroscopica corruzione politico-amministrativa. Non si chiedeva alla Chiesa di dire il nome dei peccatori, non è questo il suo compito, ma di denunciare il peccato sì. Invece la Chiesa, i reverendissimi cardinali, il Papa hanno lasciato scorrere sotto i loro occhi una corruzione che, di intimidazione in intimidazione, di ricatto in ricatto, dilagava in aree sempre più vaste della popolazione e corrodeva l’anima dei cittadini. Senza proferire una sola parola di condanna. Cosa dobbiamo pensare? Che la chiesa ha la coda di paglia? Per gli strettissimi intrecci che ha avuto con la Democrazia Cristiana, partito protagonista della corruzione? Per aver essa stessa direttamente partecipato al banchetto e alla rapina delle risorse del popolo italiano attraverso lo Ior e monsignor Marcinkus? Per il torbido assassinio di Roberto Calvi, il principe della finanza cattolica, trovato impiccato sotto uno squallido ponte londinese dall’inquietante nome di «Ponte dei Frati Neri»?
Non so cosa. dobbiamo pensare. Ciò di cui sono certo è che fino a quando capitale d’Italia sarà Roma, città fra le più corrotte d’Europa, crocevia di traffici loschi, dalla droga alle armi al denaro sporco, e al centro di Roma ci sarà quella sentina di vizi inconfessabili qual è il Vaticano (altro che toccare il culo alle ragazze), il nostro non potrà mai essere, come si compiace di dire Massimo D’ Alema, un «Paese normale», Ecco un’altra buona ragione per andarsene dall’ltalia cattolica. Meglio pagani, celti o qualsiasi altra buffonesca invenzione di Bossi piuttosto che cristiani alla maniera dell’ Osservatore Romano
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