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Alla vigilia dalle elezioni politiche anticipate, i rapporti di forza dei tre principali partiti israeliani confermano Kadima - fondato dal premier Ariel Sharon, poi colpito dall'ictus per il quale è tuttora in coma - in largo vantaggio sui laburisti e sul Likud, ma il partito di Ehud Olmert perde lievemente quota, mentre il laburista Amir Peretz sta riacquistando fiducia: il suo obiettivo è di aggiudicarsi un secondo posto molto solido, da tradurre poi nelle trattative di governo in alcuni ministeri che contano.
I sondaggi demoscopici dicono che un terzo degli elettori potrebbero addirittura snobbare le urne e che fra i votanti restano ancora da aggiudicarsi 12 dei 120 seggi. Kadima, che era dato a "quota 40" poco più di una settimana fa, alla vigilia del voto si vede aggiudicare 36-37 seggi. Nei giorni scorsi la radio militare ha rilevato che Kadima era sceso nelle previsioni a 34 seggi. I laburisti di Peretz ricevono ora 21 seggi negli ultimi due sondaggi dei quotidiani «Maariv» e «Yediot Ahronot», mentre il Likud di Benyamin Netanyahu è fermo a quattordici. Peretz, a quanto sembra, comincia a piacere agli israeliani più di Olmert e Netanyahu. E «più credibile di loro» (28% degli intervistati), «ha migliori progetti economici» (38%), è «più sensibile alle necessità della gente qualunque» (35 per cento). I suoi talloni d'Achille sono il carattere (giudicato impulsivo) e la inesperienza di governo.
Nel futuro governo Olmert intende confermare agli Esteri la signora Tzipi Livni che sarebbe inoltre nominata vicepremier e diventerebbe di fatto il secondo personaggio per importanza nella politica israeliana. Olmert, che ricopre l'incarico di premier ad interim a quando a gennaio Sharon è stato colpito da ictus cerebrale, ha detto che, se vincerà le elezioni, non ammetterà nel governo i partiti della destra contrari a un ritiro dalla Cisgiordania. «Ho presentato un piano politico il cui obiettivo principale è il tentativo di fissare confini permanenti per Israele durante il mio mandato».
L'outsider Peretz. La rimonta del laburista Peretz, che viene data per certa da alcuni analisti, sarebbe da attribuirsi a due ragioni principali. La prima: Peretz ha ammesso di aver compreso che sarà Kadima a guidare il governo e di essere impegnato per aggiudicarsi un buon secondo posto. La seconda: una lunga intervista rilasciata all'inizio di marzo ad Ari Shavit, un noto columnist di «Haaretz». In quel testo il candidato laburista ha descritto in profondità i sentimenti che lo animano e i progetti per il futuro. A differenza di Olmert e Netanyahu (nati entrambi in case borghesi, relativamente agiate) Peretz è figlio di un immigrato dal Marocco che, trovatosi in ristrettezze, fu costretto a lavorare da manovale salariato in un kibbutz (azienda collettiva). La sua scalata sociale, ricorda Peretz nell' intervista, non è stata facile. «Non ho mai ricevuto niente su un piatto di argento» ricorda. La sua ammirazione va a due «grandi socialdemocratici»: il primo, inaspettatemente, è a suo parere Menachem Begin, il leader del Likud, che ebbe il pregio di restituire ai proletari israeliani il senso di appartenenza allo Stato e siglò la pace con l'Egitto. Il secondo statista-gigante è per lui Yitzhak Rabin che investì cifre da capogiro nella istruzione e siglò gli accordi con l'Olp. Il 1977 (vittoria di Begin) e il 1992 (vittoria di Rabin) furono in realtà la conclusione di sommovimenti sociali profondi, che nessun sondaggio di opinione politico aveva saputo registrare, dice Peretz. Sotto questo punto di vista, anche la vittoria di Hamas nei Territori ha aspetti simili. Da settimane Peretz è impegnato nelle cittadine israeliane "di sviluppo" (dove la povertà, la disoccupazione, la emarginazione, la rassegnazione e la apatia sono di casa) a recupare per il suo partito voti che in passato erano andati al Likud o agli ortodossi di Shas. Qualche osservatore ritiene che Peretz stia riuscendo: domani sera lo sapremo. Lui comunque ha la sensazione che, come nel 1977 e nel 1992, anche negli strati sociali profondi qualcosa si stia muovendo.
di Piero Fornara
Il Sole 24 Ore 27 marzo 2006
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