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Troppo facile e comodo dire di no soltanto alla guerra degli altri

Massimo Fini da L'Indipendente del: 12/04/1994
L’ intero Occidente chiede un intervento militare in Bosnia per punire i serbi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’indignazione e del senso morale degli occidentali è stato il massacro al mercato di Sarajevo dove un colpo di mortaio ha ucciso più di sessanta persone e ne ha ferite altre duecento. Mi permetto di non credere all’indignazione e al senso morale dell’Occidente. Durante i 55 giorni di Baghdad i “bombardamenti chirurgici” e i “missili intelligenti” degli americani uccisero 120mila persone, di cui 32.195 erano bambini, 39.612 donne (dati sfuggiti al Pentagono), mentre dei restanti non si sa quanti fossero civili e quanti soldati. Nessuno, in Occidente, ha versato una lacrima.

Eppure quei 32.195 bimbi iracheni non erano meno bimbi di quelli bosniaci. E quei 120mila cadaveri non erano meno dilaniati e straziati di quelli di Sarajevo e di Mostar, anche se noi non li abbiamo televisti. La verità è che gli occidentali si scandalizzano solo quando non sono in gioco, direttamente o indirettamente, i loro interessi. Allora i loro stomaci diventano delicati e non sopportano di essere disturbati, oltretutto all’ ora di pranzo, da certe immagini.

Ma la guerra è la guerra. Stupirsi improvvisamente che, quando sparano i cannoni e cantano i mortai, ci siano delle vittime anche, anzi soprattutto, fra i civili è ipocrita. E da quando esiste la guerra moderna, la disumana guerra tecnologica, con i bombardieri, i cannoni a lunga gittata, i missili, che muoiono molti più civili che soldati. “La principale caratteristica della guerra 1939-1945” scrive Gaston Bouthoul, il più grande studioso in materia “è che il numero delle vittime nella popolazione civile fu molto superiore a quello dei caduti in combattimento”. Come è successo, appunto, anche nella guerra del Golfo, dove i soldati, dell’ una e dell’altra parte, vennero risparmiati e, per cinico opportunismo, venne salvato anche il principale responsabile, Saddam Hussein, ma i civili furono massacrati senza pietà.

Bisogna quindi dire no alla guerra? Ma allora bisogna dire no a tutte le guerre, non solo a quelle che non ci riguardano o che non comprendiamo. È troppo facile, è troppo comodo dire no solo alle guerre degli altri. In Bosnia ci sono tre popoli che si battono per ragioni che ritengono giuste: per la loro terra, per la loro fede e anche a cagione di antichi odii che non sta a noi sindacare e che peraltro, bisogna pur ammetterlo, il comunismo -il vituperato comunismo- era riuscito perlomeno a congelare per mezzo secolo. In nome di che, in virtù di quale autorità e superiorità morale l’ Occidente dovrebbe intromettersi, con i suoi bombardieri, in una vicenda come questa? Perche, si dice, in Bosnia ci sono degli aggressori e sono i serbi. Ma la cosa non è così semplice nè così schematica. La premessa della guerra di Bosnia sta nel riconoscimento che la Comunità internazionale, ma, si può ben dire, soprattutto l’Occidente, diede all’indipendenza della Slovenia e della Croazia. Senza più una Jugoslavia multietnica non aveva più senso nemmeno una Bosnia multietnica. Era inevitabile che serbi, e poi croati, di Bosnia reclamassero a loro volta la propria indipendenza da uno Stato inesistente e il ricongiungimento con le rispettive madri patrie e che i musulmani, senza retroterra, ci rimanessero in mezzo. Tutti sapevano che sarebbe stato così, che non poteva che essere così. Se si voleva evitare la guerra bosniaca bisognava pensarci prima, molto prima. E ora è perfettamente inutile che il Papa si stracci le vesti e si proponga come un grottesco pellegrino a Sarajevo perché anch’ egli, con il suo incondizionato appoggio alla cattolica Croazia, è uno dei responsabili, fra i tanti, di ciò che sta succedendo in Bosnia.

Per due anni i serbi sono stati demonizzati e descritti come efferati e crudeli. In realtà la loro colpa più grave ero, ed è, di essere rimasti gli ultimi comunisti del Vecchio Continente. E mentre, fino a ieri, in Europa bastava essere comunisti per avere ragione, oggi basta essere comunisti per aver torto: In seguito le vicende della guerra di Bosnia hanno dimostrato che croati e musulmani non erano secondi a nessuno in fatto di crudeltà e di efferatezza. E che erano anche, con l’ appoggio dei media occidentali, straordinari campioni di disinformatia. Anche adesso il massacro del mercato di Sarajevo viene addebitato automaticamente ai serbi. Ma gli esperti di balistica sloveni e croati (si può immaginare quanta simpatia abbiano per i serbi) non sono riusciti a stabilire se il micidiale colpo di mortaio, del calibro di 120 millimetri, sia stato sparato dalle truppe serbe o da quelle croate o da quelle musulmane perché la particolare mina che ha provocato la strage è in dotazione a tutti e tre gli schieramenti. E c’ è un precedente (la cosiddetta “strage del pane”) in cui un analogo massacro fu attribuito dapprima ai serbi, ma in seguito si scoprì che il proiettile era partito dai mortai musulmani che colpirono i loro correligionari non si sa se per errore o per provocazione.

In questa situazione -a parte la nulla autorità morale dell’Occidente a farlo- chi può distinguere chi sono, oggi, in Bosniaci buoni e i cattivi? Si può distinguere solo chi sono i forti e chi i deboli. E i deboli sono i musulmani. Ma un intervento dell’Occidente ad alterare gli equilibri che si sono creati sul campo di battaglia ha davvero un senso? Un intervento del genere può avere due tipi di sbocco. Il primo è quello di prolungare ancora la guerra invece di fermarla. È già successo nel conflitto Iraq-Iran. Quando l’esercito di . “straccioni” di Khomeini stava per prendere Bassora e vincere la guerra l’Occidente intervenne rifornendo di ogni genere di armi Saddam Hussein e gli americani si misero a evoluire nel Golfo Persico per cercare in tutti i modi l’incidente che consentisse loro di dar manforte al dittatore nazista di Baghdad. Tutto ciò fu fatto, naturalmente, per “motivi umanitari”, per impedire, si disse, un massacro (in realtà si trattava di fermare a tutti i costi il “pericolo islamico” rappresentato da Khomeini). Il risultato fu non solo quello di sottrarre all’ lran, aggredito, la vittoria che si era conquistato sul campo, ma di prolungare di qualche anno la guerra e quindi, e di molto, la lista delle vittime. E anche la successiva guerra del Golfo, con le sue decine di migliaia di morti, fu una conseguenza della scelta “umanitaria” degli occidentali. La seconda ipotesi è che l’intervento armato dell’Occidente fermi in effetti la guerra di Bosnia e costringa le parti alla pace.

In questo modo la guerra avrà perso anche la sola funzione e il solo senso che ancora conserva (e senso avrà perso il sacrificio di tutti coloro che, da una parte e dall’ altra, sono caduti): quello di definire un conflitto una volta per tutte. Una pace imposta dall’ alto, alterando l’ equilibrio reale delle forze in campo, invece di incidere il bubbone non fa che tenerlo al caldo perché scoppi alla prima occasione. E saremo, di nuovo, da capo.

Infine c’è un’ultima considerazione che dovrebbe convincere anche i più delicati (delicati a comando) stomaci occidentali. Un intervento armato in Bosnia, quando non sia un atto puramente dimostrativo “a beneficio delle nostre coscienze e delle nostre televisioni” come scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera (8/2), si risolverebbe in un massacro molto peggiore di quello che si dice di voler evitare. Vengono i brividi al solo pensiero che i “bombardamenti chirurgici” degli americani si esercitino in una mischia come quella bosniaca dove i fronti sono divisi, a volte, da non più di trenta metri. A parte Baghdad, c’è il precedente della Somalia dove, in una situazione di gran lunga più semplice, gli occidentali sono riusciti a provocare sconquassi inevitabili. Eravamo andati in Somalia per salvare i somali dalla fame e abbiamo risolto il problema ammazzandoli in gran quantità, forse convinti che un morto somalo è meno morto se lo ammazziamo noi piuttosto che un rivale di casa.

La guerra, se si può, bisogna non farla. La guerra, se si può, bisogna impedirla. Ma una volta che si è messa in marcia bisogna rispettarla. Perche, come per l’ ambiente, esiste anche un’ecologia della guerra. E andare a mettere le dita nei suoi ingranaggi, con quella devastante e ipocrita forza delle buone intenzioni e dei buoni sentimenti nei quali noi occidentali siamo dei veri maestri, significa solo provocare dei guai che, come sempre accade con i favori non richiesti, ricadono sulla testa di coloro che si vogliono aiutare.

pubblicazione: 24/10/2003

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