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Massimo Fini da L'Europeo del: 28/05/1993 Quando, sul finire degli anni ‘70, le Brigate rosse spararono alle gambe di Montanelli, apparve una straordinaria vignetta, mi pare di Forattini, che mostrava uno Scalfari che, ferito nella vanità e nell’orgoglio, coprendosi gli occhi con la mano, cercava di tirarsi un colpo di pistola in un piede: non sopportava che i terroristi non avessero scelto lui come simbolo del giornalismo italiano.
Quello che sedici anni fa Forattini aveva solo immaginato oggi si è avverato. L’attentato a Maurizio Costanzo ha dato la stura alla fiera delle vanità ferite e ai deliri di onnipotenza. Ha cominciato, e non poteva essere diversamente, Vittorio Sgarbi riempiendo il 16 maggio quattro colonne de l’Indipendente per dire cose confusissime ma il cui significato ultimo era fin troppo chiaro: un disperato ululato alla luna e alla cretineria dei terroristi che avevano usato ottanta chili di tritolo del tutto a vanvera invece di «togliere di mezzo Sgarbi, molto più scomodo ed impertinente dell’equo ed equilibrato Costanzo». Ha proseguito un irriconoscibile Montanelli che ha creduto d’esser spiritoso indirizzando a Costanzo un telegramma che dice: «Profondamente indignato per disparità di trattamento, a me solo pistola a te autobomba, protesto vibratamente. Da scampato a scampato. Con affetto», ma che si legge: non montarti la testa, a me ferirono seriamente, a te neanche un graffio, il più importante giornalista italiano resto io. Ha continuato Michele Santoro dichiarando a denti stretti: «Costanzo rappresenta la televisione più di altri, si anche più di me», tallonato da Pippo Baudo: «Siamo nel mirino perché popolari». Per finire col delirio di Umberto Rossi: «La bomba di Roma serve per bloccare la Lega a Milano. Il suo effetto è quello di rafforzare Nando Dalla Chiesa: attentato di mafia, votiamo il figlio dell’antimafia» (La Stampa, 16/5). In fondo il più misurata ed equilibrato è stato proprio lui, Costanzo. Non ha nascosto la sua umanissima fifa, ha giocato discretamente la sua parte di «eroe per caso», di piccolo borghese, di everyman, che è poi il nocciolo del suo ventennale successo fin dai tempi di Bontà loro. Del resto Costanzo era già passato all’incasso. Nel suo ingenuo cinismo non può non aver valutato, proprio come il livido Sgarbi, quale straordinario colpo pubblicitario fosse quell’attentato non riuscito. Quanto ai motivi dell’attentato e ai loro autori, restano sommamente misteriosi. Sono dei cretini, come suggerisce Giorgio Bocca? O magari, invece, delle teste fini? Chi può dirlo? È difficile riconoscere degli interessi precisi dietro un attentato sotto certi aspetti cosi anomalo. La mafia? Ma la mafia, almeno fino a ora, non si era mai curata delle palabras, per quanto appassionate, ma di uomini che, per il loro ruolo O per quanto sapevano, rappresentavano un pericolo concreto: come Dalla Chiesa, come Falcone, come Borsellino, come giornalisti-segugi tipo Mauro De Mauro o Giuseppe Fava. Un episodio della strategia della tensione? Ma dalla strage di piazza Fontana in poi, passando per quella di Brescia e le bombe ai treni, nessuno e mai riuscito a capire chi abbia realmente tratto vantaggio da quegli atti terroristici, nessuno ne ha mai individuato gli autori e nessuno, in coscienza, ha mai nemmeno saputo se una strategia della tensione sia davvero esistita o se non sia un’invenzione giornalistica e politica. Qualcuno ha sostenuto che si è voluto colpire la Televisione in quanto tale. Niente di più assurdo. La Televisione si rafforza e si autoalimenta con un fatto di questo genere tanto che da giorni e giorni lo va spettacolarizzando e ci tocca vedere mezzibusti, che non hanno mai speso una parola contro la mafia, contro la partitocrazia, contro nulla di nulla, dichiarare impavidi: «Non ci fermeranno». Quali che siano gli scopi degli ignoti attentatori, la Televisione per loro non è stata un obiettivo, ma un mezzo. Tutti sanno, senza bisogno di essere guidati dalle sofisticate indagini massmediologiche di Umberto Eco, che la Tv è la cassa di risonanza più potente, ovunque ma massimamente in una tinozza come I’ltalia dove anche il più infimo sciabordio viene blobbato all’infinito ed enfatizzato oltre ogni limite. Il fatto che ci siano arrivati anche dei criminali certifica semplicemente, con l’eloquenza del tritolo, una realtà che già conoscevamo. Di nuovo oggi invece sappiamo, se l’intuito degli attentatori, come credo, ci ha azzeccato, che Maurizio Costanzo è non solo, con buona pace di lndro Montanelli, di Giorgio Bocca e di Enzo Biagi, il giornalista più significativo, ma anche, a dispetto questa volta dei Bossi, dei Segni, dei Martinazzoli, l’uomo più importante del Paese. Una scoperta, ammettiamolo, un tantino sconfortante.
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