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Ridatemi la Rai di mamma Dc

La miglior televisione? Quella di Bernabei. Bigotta. Democristiana. E monopolista. Però agli italiani offriva Stevenson e Dostoevskij.

Massimo Fini da Il Borghese del: 11/02/1998
Sulla Repubblica di sabato 31 gennaio Curzio Maltese scrive: «La Rai è stata creata quasi mezzo secolo fa dalla Dc, a sua immagine e somiglianza. ..In un Paese di semianalfabeti. Da allora ha sempre dato il tono culturale all’Italia. Che infatti non si è elevato di molto». Il giorno dopo Eugenio Scalfari rincara la dose affermando che la Rai non si è comportata da servizio pubblico e cita fra i vari esempi il non aver mai fatto educazione musicale, non aver mai rappresentato il grande teatro, eccetera.
Passi per Maltese che all‘ epoca mangiava ancora la nutella (anche se, prima di essere mandato a letto a scapaccioni, aveva modo di vedere Carosello, una pubblicità ben lontana dalla volgarità e dalla violenza di quella attuale), ma Scalfari omette consapevolmente una verità poco gradita alle sue orecchie di sinistrorso fazioso. Perchè in Italia una Rai-tivù che ha fatto servizio pubblico, e di ottimo livello, è esistita ed è stata proprio quella democristiana guidata da Ettore Bernabei, la Rai-tivù insomma delle origini. Quella Rai era certamente il cappello Dc sull’informazione via etere ma era anche portatrice di un progetto culturale: unificare linguisticamente e nei costumi l’Italia, superando i dialetti e le diversità regionali ma sempre all‘ interno della cultura nazionale e filtrando anche gli apporti stranieri attraverso questa cultura.
Per la lingua è ovvio che l‘unificazione non poté avvenire al livello di quella colta e letteraria, ma si trovò fra questa e il parlato corrente, un punto di mediazione più che accettabile. C’erano intenzioni, intonazioni e venature addirittura puriste. Nella prima Rai. Niente a che vedere con il basic italian e il romanesco di oggi. In prima serata si davano sceneggiati come I fratelli Karamazov e i Demoni di Dostoevskij, L ‘Isola del Tesoro di Stevenson (esordio di Corrado Pani), La Cittadella di Maiano, Il Conte di Montecristo (esordio di Andrea Giordana). Attori come Albertazzi, come Gassman, come Vannucchi erano abituali nelle nostre case. E gli sceneggiati televisivi facevano da traino alla libreria. L’edizione de Il signore di Ballantrae di Stevenson (riduzione televisiva di Mario Soldati) portò alla vendita di 491 mila copie di un testo che è considerato fra i più difficili della letteratura europea. La più abbordabile Cittadella arrivò alla sbalorditiva cifra di 2 milioni e 800 mila copie.
Fra il ‘68 e il ‘72 furono trasmessi quasi 400 concerti di musica sinfonica, classica, lirica ( e, a sentir Scalfari, la Rai non avrebbe mai fatto educazione musicale). Ma l’abisso fra quella televisione e l’attuale lo si coglie nel modo più evidente proprio al livello più basso, cioè nel «varietà» del sabato sera, lo spettacolo, per definizione, più popolare. Sotto la gestione di Bernabei il «varietà» si chiama: Il Mattatore con Gassman, Un, due, tre con Tognazzi e Vianello, Alta Fedeltà (testi di Chiosso e Zucconi), Studio Uno con Walter Chiari (1963), Lelio Luttazzi (1964), Ornella Vanoni (1966), Il signore di mezza età a cura di Camilla Cederna, Marcello Marchesi, Gianfranco Bettettini, presentato dallo stesso Marchesi con Lina Volonghi e Sandra Mondaini, L ‘amico del giaguaro con Bramieri, Scarpette rosse con Carla Fracci, Walter Chiari, Mina, Quelli della domenica con Paolo Villaggio (testi di Marchesi e Costanzo ), eccetera. Erano tutti spettacoli che avevano protagonisti di prim’ ordine, presi dal teatro, dal cinema, dalla musica, dalla danza, ma questo, forse, non è merito dei dirigenti di allora perché, essendo la tivù ai suoi inizi, non esisteva ancora il «personaggio» che è tale solo in virtù di presenza televisiva e non sa fare nulla.
Il fatto è che quei «varietà» non si reggevano sull’affollamento di «ospiti» nullafacenti e nullavalenti (se interveniva un ballerino danzava, un attore recitava un monologo, un comico improvvisava uno sketch) ma su un’idea che sviluppavano, con intelligenza, con misura, con garbo, oserei persino dire con grazia. E ciò non avveniva per caso. Dietro le quinte si avvertiva il polso fermo dei dirigenti Rai che non consentivano sbavature e cadute di gusto. Negli anni Sessanta e nei primi Settanta la tivù italiana è stata una delle migliori, se non la migliore, del mondo. Era fantasiosa e divertente senza essere sbracata, era sobria senza essere noiosa. Questo risultato potè essere ottenuto da Bernabei perché agiva in regime di monopolio che eliminava l’ossessione dell’audience. Inoltre proprio il fatto che la Dc avesse saldamente in mano i vertici dell’azienda consentì a Bernabei di non guardare, nella formazione dei quadri, giornalistici, tecnici, amministrativi, alla tessera ma alle capacità.
La prima botta della nostra tivù la diede la Riforma del ‘76 (sempre, in Italia, bisogna guardarsi dalle Riforme) che scatenò la lottizzazione e mortificò le capacità sacrificandole alla tessera. Ma il colpo mortale è venuto dall’avvento delle «private» che costrinse la Rai, per tener botta alla concorrenza, ad abbassare sempre più il livello. Il risultato è la tivù, pubblica e privata, di oggi, un assordante e sguaiato calderone di livello infimo, in cui si fa persino fatica a rintracciare qualche elemento della cultura nazionale totalmente schiacciata dal più banalizzante americanismo. Ci riflettano tutti coloro che, a destra e a sinistra, inneggiano al libero mercato come panacea di ogni male.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Giustizia

Area Geografica
Europa » Italia

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Ridatemi la Rai di mamma Dc, La miglior televisione? Quella di Bernabei. Bigotta. Democristiana. E monopolista. Però agli italiani offriva Stevenson e Dostoevskij., [b]Massimo Fini da Il Borghese del: 11/02/1998[/b] Sulla [i]Repubblica[/i] di sabato 31 gennaio Curzio Maltese scrive: «La Rai è stata crea
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