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Requiem per l’industria dei libri

Massimo Fini da Domenica del Corriere del: 16/03/1985
La storia, riferita con ampiezza di dettagli da Reporter (nuovo quotidiano al quale auguriamo la miglior fortuna), è, in estrema sintesi, questa. Doris Lessing, notissima scrittrice inglese, autrice del Taccuino d’oro, candidata per il Nobel, scrive un nuovo romanzo, Diario di una vicina, ma firma il manoscritto con uno pseudonimo, Jane Sommers, col quale si presenta alle maggiori case editrici inglesi.

Tutte lo rifiutano, a cominciare da Granada e Jonathan Cape che sono gli abituali editori della Lessing. Anche otto editori di tascabili, compresa la celebre casa editrice Penguin, rimandano indietro il libro. Dopo varie peregrinazioni il romanzo di «Jane Sommers» viene malamente accettato da un piccolo editore, ma vende solo 2.500 copie. La critica lo ignora e quei pochi che se ne occupano lo stroncano: è un libro “goffo”, “diseguale”, “mal costruito”.
Sorte ancor peggiore tocca a un secondo romanzo che la Lessing, intrigata dal gioco, si ostina a far circolare sotto il nome di Jane Sommers: estrema fatica a trovare un editore, anche di terza schiera, pochissime copie vendute, silenzio della critica. Finché la stessa Lessing, con un articolo sul Sunday Times, rivela tutta la vicenda.

Questa storia, grazie al provocatorio coraggio della Lessing, è la prova provata di qualcosa che, a naso, si sapeva da tempo: che l’industria del successo è garantita dal successo.
Che esiste cioè nella società contemporanea un circolo vizioso per cui il successo alimenta se stesso, è una sorta di volano che, vinta l’inerzia iniziale, trasforma in oro qualsiasi opera a prescindere dalla sua qualità.
Si spiegano così alcuni fenomeni letterari italiani. I libri prodotti da questi santoni, nonostante che la loro creatività si sia spenta da almeno trent’anni, si continuano a vendere a centinaia di migliaia di copie anche quando sono scesi sotto ogni limite di decenza. Ma la stessa cosa accade anche fuori della letteratura: basti pensare ai molti film di Fellini posteriori alla Dolce vita. Si spiega così anche perché le case editrici pubblichino sempre più spesso libri di personaggi estranei al mondo delle lettere purché abbiano raggiunto una qualche notorietà non importa come e in quale campo.

La notorietà è infatti garanzia d’altra notorietà, cioè d’altro successo. Ecco quindi la valanga di libri firmati da attori, da presentatori, da showmen, da parenti di vittime del terrorismo, da terroristi, da industriali, da uomini politici e dai figli di tutti costoro. Non importa che sappiano scrivere, non importa che abbiano qualcosa da dire, ciò che conta è che siano già noti.
AI resto provvederà il sistema dei «mass media» con i continui rimbalzi fra televisioni e quotidiani, quotidiani e settimanali, settimanali e televisioni. in una escalation propagandistica che è da sola garanzia di vendita.
Se la gente compera, si dice, vuol dire che è questo ciò che vuole. Non è del tutto vero. Il fatto è che gli attuali mezzi di comunicazione, ad altissimo contenuto tecnologico, hanno una tale penetratività, una tale capacità di «intimidazione», da soffocare il senso critico del lettore.
Inoltre l’industria della cultura, proprio perché ormai è business e solo business, tende ad abbassare continuamente il suo livello per raggiungere il più alto numero di persone ed opera così un costante pervertimento del gusto del lettore, lo abitua alla cattiva merce spacciandola per buona.

Insomma vendere cattiva cultura non è la stessa cosa che vendere mele cattive, ma ha conseguenze ben più devastanti. Perché, se le mele sono tropo cattive, il pubblico, ad un certo punto, le rifiuta, mentre la cattiva cultura educa il pubblico a se stessa.
Inoltre nella civiltà attuale è venuto a mancare un filtro tradizionale, quella sorta di «società degli eccellenti», per dirla con Giorgio Bocca, quelle elite culturali che avevano l’ autorità per definire sciocchezze le sciocchezze e quindi per ridimensionarle.
Non dico che quella «società degli eccellenti» fosse infallibile e non prendesse le sue grosse cantonate ma, bene o male, costituiva un punto di riferimento e una remora perché la gente non mandasse giù un libro di Pippo Baudo convinta di deglutire un’ ostia consacrata.

In una situazione di questo genere è chiaro che spazio per autori nuovi e validi ( e quando dico nuovi non intendo giovani ma, appunto, nuovi) ce n’è pochissimo. Chi glielo fa fare ad una casa editrice di rischiare su un autore sconosciuto quando un nome noto, in qualsiasi campo, è garanzia di successo? Un nome noto si lancia da solo.
Un nome noto, soprattutto se si tratta di un «addetto ai lavori», garantisce l’ innesco del meccanismo delle recensioni incrociate, dei reciproci favori. Un nome nuovo... Jane Sommers chi era costei?
Naturalmente, in questo modo, senza un minimo di amore e di attenzione a quello che si pubblica, con l’occhio fisso e sbarrato solo sul «dio quattrino», non si I produce nulla di valido e l’editoria italiana degli ultimi vent’anni è lì a testimoniarlo. Non è davvero un caso che i soli autori di qualche spessore culturale comparsi negli ultimi anni siano stati pubblicati postumi. come il Satta del Giorno del giudizio, meglio se suicidi come Morselli.
Solo morendo sono diventati noti e solo perché noti sono diventati pubblicabili. Così ragiona un’editoria che, come ha detto Doris Lessing, «si comporta come un droghiere e vende libri come venderebbe zucchero».



pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Federalismo

Area Geografica
Europa » Italia

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