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Pubblico e privato a Piacenza

Paolo Rizzi, Libertà 1.12.03
In un recente convegno organizzato dalla Banca d'Italia è stato ospite a Piacenza il Vicedirettore Generale dell'Istituto di Via Nazionale Pierluigi Ciocca che ha discusso con Giacomo Vaciago
sul declino economico del nostro paese. Ciocca ha innanzitutto evidenziato il ritardo di crescita che l'Italia registra nell'ultimo decennio rispetto ai principali partner europei, nordici in primis. E per cercare di individuare i colpevoli di questo ritardo ha assolto il grado di apertura economico, il sistema finanziario, l'accumulazione di capitale e il capitale umano.
Al contrario i colpevoli individuati per la scarsa crescita italiana sono quattro: il debito pubblico; il ritardo nelle infrastrutture; la piccola dimensione delle imprese italiane; il tono concorrenziale molto ridotto.
Pur nella consapevolezza che i colpevoli, come spesso avviene in Italia, non siano poi effettivamente condannati, vale la pena evidenziare come tre di questi fattori siano riconducibili al sistema pubblico. Non a caso l'intervento di Giacomo Vaciago ha ulteriormente stigmatizzato l'eccessivo peso del pubblico nel nostro paese, vera causa di rallentamento dello sviluppo, perché a differenza del mercato per sua natura meritocratico, le istituzioni pubbliche puntano all'uguaglianza e alla redistribuzione.

Pur non condividendo questa lettura, che non spiega la rapidità di crescita di molti paesi nordici, dove il pubblico pesa quanto e più che in Italia, e neppure le inefficienze macroscopiche di molti servizi privatizzati in Inghilterra (ferrovie) e negli Usa (energia elettrica), proviamo a pensare a questo rapporto pubblico-privato anche a Piacenza.
In passato alcuni studiosi hanno parlato di “sviluppo assistito” nel nostro territorio anche per la diffusa presenza di datori di lavoro pubblici (Enel, Eni, Arsenale) che avrebbero frenato gli “animal spirits” della nostra economia. Oggi queste presenze o sono sparite quasi del tutto (Eni a Cortemaggiore) o si sono privatizzate (Enel) o sono in via di forte ristrutturazione (Arsenale).
Dire tuttavia che non abbiano contribuito al nostro sviluppo mi sembra quanto meno ingeneroso: a parte gli effetti diretti di lavoro e reddito, sono a molti noti gli effetti di indotto e ricaduta tecnologica che hanno prodotto: dall'Arsenale sono fuoriusciti molti artigiani che nel dopoguerra hanno fatto nascere importanti imprese meccaniche; anche grazie al polo petrolifero di Cortemaggiore si sono sviluppati nel nostro territorio i settori della raccorderia (il primo oleodotto italiano è stato realizzato a Fiorenzuola) e delle macchine per le estrazioni (di cui oggi manteniamo una importante manifestazione fieristica di livello internazionale come Geofluid); grazie all'Enel Piacenza è ancora considerata un polo energetico di rilievo nazionale.
Ma oltre alla storia quello che conta oggi è l'apporto che il pubblico può dare allo sviluppo di un territorio: per tornare alla lettura di Vaciago, l'importante non è tanto il peso del pubblico, ma la sua qualità, la sua capacità di promuovere lo sviluppo anche in termini sociali ed ambientali. In questa direzione Piacenza può eccellere per un modo di fare politica locale non di tipo assistenziale (non ne abbiamo i mezzi finanziari) ma strategico: le esperienze del Patto per Piacenza, del polo logistico, di Natural Valley e delle nuove strutture per la ricerca (Istituto trasporti e Logistica, Laboratorio del Politecnico per la meccatronica) rappresentano proprio le nuove sfide in cui come territorio possiamo offrire innovazione e eccellenza.
Un pubblico che stimola il privato, lo accompagna e lo sostiene senza soffocarlo. Un pubblico che favorisce la governance collettiva del territorio, creando quei fattori materiali ed immateriali che oggi sono così decisivi per dare competitività e sostenibilità allo sviluppo.

pubblicazione: 02/12/2003

Categoria:
Politica » Questioni Piacentine

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