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Perché diciamo no al decreto

Massimo Fini da L'Indipendente del: 16/07/1994
L’evidente affanno di Di Pietro nel leggere il comunicato di forfait del pool di Mani Pulite, quel respiro rotto, quella voce sempre sul punto di incrinarsi, esprimevano l’indignazione di un uomo semplice ed onesto che si sente preso in giro e non ha armi per replicare se non quella del harakiri. È stata proprio questa semplicità, quasi naïvete, contadina, che ha permesso a Di Pietro, durante il processo Cusani, di non perdersi nelle chiacchiere degli imputati, che cercavano di mascherare le proprie responsabilità dietro il consueto fumo del politichese, e di riportare, col suo innato buonsenso, i fatti a loro giusto posto per cui, nel rozzo ma efficace ”dipietrese“, il furto ridiventava,finalmente, furto, la corruzione corruzione, il taglieggiamento taglieggiamento. Di Pietro ha la semplicità necessaria per non farsi prendere in giro da coloro che usano la parola solo per confondere ed intorbidare le acque.

Ma di fronte al diktat del Governo anche la semplicità e il buonsenso di Di Pietro sono inermi, possono solo tradursi in quell’indignazione impotente, rabbiosa, dolorosa che abbiamo visto l’ altra sera. Perché la presa in giro è totale. Due anni e mezzo di indagini, condotte con grande perizia e abnegazione, lavorando al limite della propria resistenza fisica e psichica, rischiano di andare in fumo. Ma c’è di peggio: è praticamente sbarrato il passo ad ogni inchiesta futura che riguardi reati commessi nell’ ambito di Tangentopoli ma non ancora scoperti (e questo, a mio avviso, è il vero interesse dell‘ attuale Governo e il motivo della sua precipitosa decretazione, più che, come è stato detto, il salvataggio di esponenti della vecchia classe dirigente che, a questo punto, hanno già pagato, almeno in parte, il prezzo delle loro malefatte e che, anzi, hanno adesso tutto il diritto di sentirsi discriminati). Cerchiamo di spiegare perché.

Il ministro Biondi ha giustificato il suo provvedimento affermando che i magistrati hanno fatto un uso eccessivo della custodia cautelare. E a questa argomentazione si sono aggrappati tutti i neogarantisti, più o meno improvvisati, dal presidente della Commissione giustizia della Camera, Tiziana Maiolo, a quello della Commissione cultura, Vittorio Sgarbi, che, a quanto ne so, non ha fatto studi di diritto ma di estetica.
Cominciamo col dire che la necessità della custodia cautelare, così com‘ è stata usata dai giudici di Mani Pulite, nasce proprio dalla cultura pseudogarantista espressa oggi dagli Sgarbi e dalle Maiolo. Come andavano infatti le cose “in antiquo”, col vecchio codice Rocco, che sarà stato anche fascista ma che era un “corpus iuris” almeno dotato di intima coerenza ? Andavano che un cittadino poteva essere indagato da polizia e magistratura anche a sua insaputa. Tali indagini potevano avere due tipi di esito. O la polizia e la magistratura si convincevano di avere imboccato una pista sbagliata e allora la pratica veniva archiviata senza che nessuno ne sapesse nulla oppure il corso delle indagini portava ad indizi consistenti e solo a questo punto un qualche atto inquisitorio particolarmente intrusivo, come per esempio una perquisizione, rivelava al cittadino di essere oggetto di un procedimento penale. I garantisti del tempo (i precursori delle Maiolo e degli Sgarbi) insorsero dicendo che era indegno di un Paese civile che un cittadino potesse essere sottoposto a indagini senza saperne nulla. E inventarono la comunicazione giudiziaria che divenne in seguito avviso di garanzia.
Questa innovazione ebbe conseguenze devastanti proprio per quel cittadino che si voleva difendere. Infatti l’avviso di garanzia, che deve essere inviato subito, agli inizi delle indagini, quando non si può sapere non dico se uno è innocente o colpevole (questo solo una sentenza lo può stabilire) ma nemmeno se gli indizi a suo carico hanno una qualche corposità, si è trasformato, attraverso la pubblicità che le danno i media, in una condanna anticipata. Condanna che, proprio perché le indagini sono all’inizio e di conseguenza gli indizi assai labili, è particolarmente arbitraria.

Ma poniamo che il soggetto “avvisato” sia effettivamente colpevole. Cosa fa? Cerca, com’è ovvio, di far sparire le tracce della propria responsabilità. È stato per questo che i magistrati di Tangentopoli sono stati costretti ad accompagnare, quasi sempre, l’ avviso di garanzia con un contestuale mandato di cattura; per evitare l’ altrimenti inevitabile inquinamento delle prove. E non, come si è insinuato, per estorcere confessioni mediante la “tortura” della carcerazione. Se poi gli imputati di Tangentopoli, oltre che ladri e malfattori, si sono rivelati così vili e verminosi, così poco all’ altezza dei loro stessi delitti, da non reggere nemmeno due o tre giorni a San Vittore o a Regina Coeli senza vuotare il sacco, questa non è una colpa dei magistrati. È’ un dato di fatto.
Ma se ora, come vuole il decreto Biondi, l’indiziato di un reato di concussione o di corruzione (che sono i reati di Tangentopoli cui il decreto, sia pur con qualche mascheratura, è mirato) non può più essere arrestato, se non in casi eccezionalissimi e, nel contempo, viene mantenuto l’ obbligo di avvisarlo che si sta procedendo contro di lui è evidente che costui avrà tutto il modo e il tempo di inquinare le prove rendendo difficilissima, se non impossibile, l’opera dei magistrati. Ecco perché Di Pietro e gli altri si sono dimessi.

Ma c’è un aspetto ancora più importante. Infatti il problema della custodia cautelare fa parte del più antico e annoso problema della carcerazione preventiva (prima si chiamava così). In realtà, checché se ne sia detto, i magistrati di Mani Pulite hanno usato la custodia cautelare con mano leggera dato che ben difficilmente gli imputati di Tangentopoli hanno fatto più di qualche settimana di carcere. Ma ci sono stati e ci sono in Italia detenuti, in altri procedimenti e per altri reati, in attesa di giudizio da due, tre, quattro anni. Di questa gravissima anomalia del sistema giudiziario italiano ci si accorse una prima volta all’ epoca di Valpreda quando il ballerino anarchico restò in galera anni in attesa di un processo che non arrivava mai. Con un’ apposita legge (la cosiddetta ”legge Valpreda“) si abbassarono allora drasticamente i termini massimi della carcerazione preventiva. Ma poco dopo ci si accorse che in questo modo criminali certi, destinati ad una sicura condanna, uscivano dal carcere approfittando appunto dei termini abbreviati (era l’ epoca del terrorismo). Allora si alzarono nuovamente i termini. Quindi li si riabbassarono. Tutte operazioni senza senso. È evidente infatti che il problema della carcerazione preventiva è indissolubilmente legato a quello della lunghezza dei processi. Se da noi un processo ci mette mediamente 49 mesi prima di arrivare alla sentenza di primo grado il problema della carcerazione preventiva non sarà mai risolto. Perché se si alzano i termini si rischia di mantenere degli innocenti in galera per anni e se li si abbassa si rischia di rendere uccel di bosco dei criminali senza processarli.

In Gran Bretagna, se c’è un imputato detenuto, le istruttorie durano mediamente un mese. Ora, se l’ imputato è innocente fare un mese di carcere è indubbiamente una grande seccatura ma non è una tragedia irrevocabile. Se è colpevole quel mese gli verrà scontato sull‘ ammontare della condanna definitiva. Inoltre questa condanna, arrivando entro tempi ragionevoli, esaudirà il desiderio di giustizia dell’ opinione pubblica. Se infatti da noi l’ opinione pubblica emette proprie sentenze di condanna alla sola notizia di un semplice avviso di garanzia è anche perché sa che i processi non si faranno mai o si faranno quando sarà venuto meno l’interesse sociale a celebrarli. La tentazione di farsi giustizia da sé nasce solo quando la giustizia, quella vera, non arriva o arriva troppo tardi. Infine una ragionevole brevità dei procedimenti consentirebbe di pretendere dalla stampa, come avviene con pene severe in Gran Bretagna, il rispetto del segreto istruttorio fino all’apertura del dibattimento. Perché il segreto istruttorio è posto innanzitutto a tutela della dignità e della onorabilità delle persone che a qualsiasi titolo siano coinvolte in un procedimento penale. Ma pretendere, come vuole il decreto Biondi, che i giornalisti stiano zitti per l’intera durata di istruttorie che, come ora, durano anni, significa puramente e semplicemente mettere il bavaglio alla stampa.

Il nodo cruciale è quindi la lunghezza esasperante dei processi in Italia. E ci sarebbe piaciuto che il ministro di Giustizia Alfredo Biondi avesse affrontato prima questo aspetto fondamentale invece di emanare un decreto che senza risolvere il problema di lunghissime carcerazioni preventive per i delinquenti (presunti) di diritto comune pare fatto apposta per mettere i bastoni fra le ruote alla magistratura quando ci sono di mezzo imputati eccellenti e “ladri in guanti gialli”. Che sono i più infami e vili dei criminali.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Diritto

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