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Il capitalismo provoca l’infelicità. Però ci salverà il domani, diceva il filosofo, grazie al comunismo. Senza accorgersi che quel futuro era già passato
Massimo Fini da Il Borghese del: 27/08/1998 Sul Corriere della Sera si è sviluppata una polemica sull’attualità o meno di Marx. Il vecchio Eugenio Garin e Luciano Canfora hanno espresso nostalgia per il marxismo e tuonato contro i mali del liberalismo e del mercato. E Garin ha esortato i giovani a leggersi autori legati, sia pur in modo molto diverso, a Marx, come Rousseau, Gramsci, Croce. Antiseri e Massimo Baldini han tirato fuori dall’armadio il clamoroso fallimento del comunismo sovietico e i vari Von Mises, Hayek e Popper. In un irridente articolo (Corriere, 14 agosto) Baldini ha concluso: «Tranquilli, Marx è morto». Chi ha ragione? Nessuno. Hanno torto Garin e Canfora quando rivalutano non solo il Marx della critica al capitalismo ma anche, contemporaneamente e per loro conseguentemente, il Marx che rilancia sulle possibilità della tecnica e sulI’industrialismo e quindi in definitiva rivalutano l’interpretazione che del marxismo hanno dato Plechanov e Lenin ( «soviet + elettrificazione», in fondo il comunismo sovietico non è stato altro che un industrialismo inefficiente). Ma hanno torto anche Antiseri e Baldini quando sembrano credere che il fallimento del comunismo abbia legittimato il capitalismo/industrialismo come «il migliore del mondi possibile», rifiutando così, con un accecamento Ideologico non minore di quello dei loro avversari, di vedere la realtà che hanno davanti agli occhi. Marx, da buon positivista e ottimista ottocentesco, pensa, non diversamente dagli economisti classici (Smith, Ricardo, Say) e dei liberali di ieri e di oggi, che la tecnologia e l’industria libereranno l’uomo dal bisogno fornendo una quantità di beni sufficiente per tutti («A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo i propri meriti»). Su questo piano Marx e i liberali, positivisti, ottimisti e progressisti entrambi, sono in sintonia, differiscono invece sul modo di distribuire questa cornucopia di beni. Sbagliano entrambi perché non è l’abbondanza dei beni materiali, comunque distribuita, a dare non dico la felicità, ma nemmeno la serenità all’uomo. Ma il Marx destruens, cioè il Marx della critica al capitalismo, è tuttora valido. Con l’abbandono del principio elaborato da quasi trenta secoli di pensiero occidentale e orientale, «è bene accontentarsi di ciò che si ha», per il suo opposto, «non è bene accontentarsi di ciò che si ha» (Von Mises), su cui il tecno-industrialismo liberale si fonda, l’uomo si è creato il perfetto marchingegno dell’infelicità. Salito un gradino ce ne è sempre un altro da fare, per cui, con un procedimento ben noto agli psichiatri (ma non c’era bisogno ai aspettare costoro, già Aristotele aveva individuato questo meccanismo psicologico elementare), l’uomo non raggiunge mai il proprio livello di soddisfazione. Come al cinodromo i cani levrieri, fra gli animali più stupidi del Creato, inseguono inutilmente la lepre meccanica che non possono raggiungere, così l’uomo moderno insegue un obiettivo, la soddisfazione, che per definizione non può e nemmeno deve raggiungere. Del resto l’equilibrio è in totale antitesi con il capital-Industrialismo che si basa sul principio opposto del dinamismo. Una società che fosse in equilibrio e in quiete, che non aumentasse continuamente produzione, consumi, Pil, bisogni da soddisfare, determinerebbe l’immediato crollo del sistema. Marx, come già prima di lui Sismondi (verso il quale ha un debito intellettuale mai onorato), è lucidissimo nell’individuare le alienazioni, le anomalie, le frustrazioni, le follie portate dal capitalismo ma, per bypassarle, elabora il mito del comunismo, una società che, attraverso la lotta di classe e il suo superamento, troverà finalmente il proprio equilibrio, sociale, economico, psicologico, emotivo. Marx non si accorge che quel futuro orgiastico non è davanti a lui ma alle sue spalle. La società armonica, equilibrata, passabilmente serena, se non felice, economicamente molto meno sperequata di quella che lui ha davanti agli occhi (per non parlar di ciò che verrà dopo), è quella medioevale. L’uomo del Medioevo, a differenza dell’immondo e idiota mercante che darà vita al capitalismo commerciale e, da questo, a quello industriale, non si fa attrarre dalle ingannevoli lusinghe del futuro, ma vive sostanzialmente nel presente, nel qui e ora. Per quella società il lavoro, a differenza che per Marx e per i liberali, non è un valore. Il contadino e l’artigiano lavorano solo per quanto hanno bisogno. Il resto è vita. Non ricercano il plus valore, gli basta il valore. Il nobile è esattamente colui che può permettersi di non lavorare. Ma il paradosso davvero comico è che quel comunismo che Marx cercava disperatamente esisteva già, non nelle forme teoriche, astratte, utopiche che egli preconizzava, ma in quelle concrete possibili della vita in comune sulla terra. Per la verità più che di comunismo si tratta di un molto più ragionevole e umano comunitarismo, nel senso che la proprIetà privata non è messa minimamente in discussione, ma incontra servitù e limiti, determinati dalle esigenze di una vita in comune sullo stesso suolo, che tengono conto dei bisogni e delle necessità di tutti. È un equilibrio sofisticato e delicatissimo -che pur aveva resistito migliaia di anni - di cui ogni elemento, anche quello apparentemente più irrazionale, è essenziale e non può essere sottratto all’edificio senza farlo crollare. Cosa che «l’individualismo agrario», con la chiusura delle terre aperte (enclosure open fields), comincerà a fare e che l’industrialismo, cancellando la sostanziale inalienabilità del suolo e sostituendo la terra col denaro, porterà a compimento. Così si produrrà l’attuale società schizzata. Ma proprio per questo I’esigenza di quell’ equilibrio perduto è più viva che mai e fa da sottofondo, come minaccioso brontolio deI tuono in una feroce giornata d’estate, ai luminosi trionfi del liberal-industrialismo. Per cui, non state per nulla tranquilli Marx non è affatto morto. Basta, liberandolo del suo ottimismo ottocentesco, leggerlo all’incontrario, interpretarlo all’indietro.
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