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Creare il «casus belli». È la solita tecnica degli Usa per legittimare un intervento armato. E un atto di pirateria internazionale contro uno stato sovrano: la Serbia
Massimo Fini da Il Borghese del: 31/03/1999 Nel momento in cui scrivo (domenica 21 marzo) l’intervento della Nato in Kosovo sembra questione di giorni, forse di ore. Più minaccioso del ritiro dei 1381 «verificatori» dell’Osce, della convocazione del Consiglio di sicurezza americano e dello stesso ultimatum portato da Holbrooke a Milosevic è il rullar di tamburi della stampa occidentale che, dopo aver addossato interamente ai serbi il fallimento dei negoziati di Rambouillet, ha ricominciato a enfatizzare ogni notizia, purché macabra, che viene dal Kosovo per preparare l’opinione pubblica ai bombardamenti Nato in Jugoslavia. Creare il casus belli è un’abusata tecnica della disinformatia americana che non ha nulla da invidiare a quella della vecchia Unione Sovietica. La grancassa dei media sul Kosovo serve infatti per legittimare un intervento armato della Nato che è invece totalmente arbitrario. Non c’è nessun mandato, nè diretto nè indiretto, dell’Onu. È solo un atto di pirateria internazionale contro uno Stato sovrano. I motivi addotti per giustificarlo ( «evitare una carneficina umanitaria», come si è espresso Lamberto Dini ripetendo pappagallescamente il leit motiv americano) sono risibili. Qualche giorno fa una fonte Osce aveva affermato che se kosovari e serbi non si fossero messi d’accordo a Rambouillet l’unica alternativa sarebbe stata «la guerra totale in Kosovo», intendendo con ciò alludere all’intervento della Nato. E’ curioso che per por rimedio a una guerra se ne faccia una molto più grande, per impedire dei massacri se ne aggiungano degli altri. In verità i «motivi umanitari» sono come sempre la copertura di una realtà che è tutt’altra: la decisione americana di schierarsi, nel conflitto del Kosovo, dalla parte dei «terroristi» albanesi (che non sono meno terroristi, poniamo, di Ocalan, se costui è un terrorista) contro i serbi il vero torto della Serbia infatti, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica in poi, è quello di essere rimasta l’unico Paese comunista d ‘Europa. E come un tempo, in Europa, bastava essere comunisti per avere ragione, oggi è sufficiente per aver torto. Ai serbi si può fare tutto perché sono brutti, sporchi, cattivi e soprattutto «comunisti»: gli si può sottrarre, in Bosnia, una vittoria conquistata sul campo, si può destituire d’imperio, nella Repubblica serba di Bosnia, il loro presidente regolarmente eletto perché non è sufficientemente «democratico», cioè filooccidentale, e si può decidere che in Kosovo hanno, per principio, torto. Ma le cose non sono così semplici. Come ho già scritto, in Kosovo si scontrano due diritti, altrettanto validi: il diritto degli albanesi, che ne sono diventati nel tempo la stragrande maggioranza (il 90 per cento), all’indipendenza in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli ( che vale però anche per i curdi, i corsi, i baschi, eccetera) e il diritto della Serbia di difendere i propri confini millenari. il Kosovo è la culla stessa della Serbia. E un po’ come se fra cent’anni in Piemonte si formasse una maggioranza di albanesi e pretendesse di sottrarre quella terra alla sovranità dell’Italia. Inoltre, come faceva notare Massimo Nava in un bell’articolo sul Corriere della Sera (del 21 marzo) in Kosovo la Nato si muove in base a principi diametralmente opposti a quelli seguiti in Bosnia. In Bosnia la Nato intervenne per salvare la sovranità di uno stato, peraltro fittizio, e in nome dell’integrazione delle razze, in Kosovo si appresta a intervenire contro l’integrità di uno Stato, nient’affatto fittizio, come la Serbia, e in nome della separazione delle razze. In realtà quella che sta per avvenire in Kosovo, a opera della Nato, è una colossale «pulizia etnica» ai danni dei serbi perché, per usare le parole di Nava, «sarebbe ingenuo credere che l’autonomia e l’intervento della Nato non siano l’anticamera dell’indipendenza, tanto più che i trentamila guerriglieri non hanno alcuna intenzione di deporre le armi». E con l’indipendenza per i serbi del Kosovo non ci sarebbe più speranza, ne verrebbero cacciati come già lo furono dalla Krajna croata. All’ interno di queste questioni di principio, che rendono di per sè illegittimo e arbitrario l’intervento della Nato in Kosovo, c’è poi, per l’Italia, un problema di realpolitik o semplicemente di un’autonoma politica estera. Noi non abbiamo alcun interesse a favorire la nascita di una «Grande Albania» ( cui si arriverà fatalmente se i kosovari, grazie alla Nato, vinceranno), mentre abbiamo interesse a mantenere con la Serbia rapporti di amicizia che risalgono all’alleanza nella prima guerra mondiale e che ora potrebbero rompersi nel modo più traumatico. I generali serbi hanno infatti minacciato ritorsioni belliche contro i Paesi della Nato che parteciperanno ai raid in Jugoslavia. È nel loro diritto: quello della Nato è un atto di guerra cui è lecito, da parte jugoslava, rispondere con altrettanti atti di guerra, bombardando le basi americane in Italia o anche, che so, Ancona o Brindisi. Se questo dovesse avvenire, ce lo saremmo meritato nella nostra smania di far da tirapiedi agli americani. L‘escalation dell’arroganza Usa è oggi la più vera e concreta minaccia alla pace nel mondo. Prima ci sono stati i bombardamenti senza alcuna plausibile giustificazione in Afghanistan e in Sudan, dove una fabbrica di medicinali è stata grottescamente scambiata per un arsenale di armi batteriologiche, poi ci sono i raid giornalieri, altrettanto ingiustificati, sull’Iraq, adesso la voluttà di bombardare Belgrado. E domani in quale altra pericolosa avventura ci trascinerà la Nato se gli europei non si rendono conto che è venuta l’ora di denunciare un’ Alleanza che è vecchia di più di mezzo secolo, che è contraria ai nostri interessi e che è bene lasciare al più presto?
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