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Massimo Fini da L'Indipendente del: 29/01/1994 I sindacati e le sinistre, più un bel mucchietto di vescovi e di cardinali, ( quelli delle Città interessate ), sono insorti come un sol uomo contro il piano di ristrutturazione della Fiat che prevede il ridimensionamento dell‘ Alfa di Arese, la chiusura di una fabbrica a Pomigliano e, complessivamente, la messa in cassa integrazione di 15mila lavoratori dislocati in prevalenza nell‘ area torinese, per privilegiare il nuovissimo stabilimento di Melfi in Basilicata che, a detta di tutti gli esperti, non è, per una volta, la classica “cattedrale nel deserto“ ma un gioiello della tecnologia più avanzata che potrà dare efficienza produttiva a un‘azienda che in questi ultimi anni ne ha persa moltissima e vitalità e slancio a una delle aree più povere e abbandonate del Paese
Subito si è gridato al tradimento, a una Fiat colpevole, nientemeno, di voler “abbandonare Torino”. Ma come ? Non sono stati proprio i sindacati e le sinistre a mettere sotto accusa, per anni, le grandi fabbriche del nord per la loro politica di concentrazione industriale (qualcuno ricorderà, forse, le violentissime polemiche, per altro, a mio avviso, giuste, sulla immigrazione selvaggia degli anni ‘60 e le infinite lamentele di infiniti seminari sui rischi della “monocultura” soprattutto a Torino) e a stigmatizzare la mancanza di coraggio e la miopia di una imprenditoria che si trincerava nel triangolo industriale e non osava fare investimenti veri e seri al Sud, lasciando così quelle terre desertificate, desolate, deboli e senza speranza? Ma come ? Non era la Lega a voler dividere il Paese in due, fra un Nord ricco, grasso, autosufficiente e indifferente e un Sud abbandonato a se stesso? Ma come? Non erano, e non sono, le sinistre a riempirsi ogni giorno la bocca di .”solidarietà“ soprattutto nei confronti dei fratelli meridionali ? È bastato che la crisi toccasse sul serio il Nord, che, per una volta, venisse privilegiato, da una grande industria nazionale, il Sud e in particolare la Basilicata (terra, è bene ricordarlo, di gente fiera e per bene, che non si lamenta, che non indulge al pietismo, che non occupa le stazioni, che non fa le barricate e dove non esiste la criminalità organizzata e nemmeno quella non organizzata) perché i lavoratori lombardi e piemontesi, i loro sindacati, i loro vescovi, i loro arcipreti, i loro cardinali, le sinistre dimenticassero i discorsi con cui ci hanno imbottito le orecchie per anni, perdessero per strada ogni e qualsivoglia anelito di solidarietà e diventassero d’un subito dei leghisti di complemento.
Oh, naturalmente, i lavoratori piemontesi e lombardi, i loro sindacati, i loro vescovi, i loro arcipreti, i loro cardinali, le sinistre non dicono apertamente che bisogna lasciar perdere Melfi, e le sue potenzialità produttive e occupazionali, per conservare il lavoro a chi ce l’ha già. No, questo non osano dirlo. Dicono puramente e semplicemente che non devono essere tagliati posti di lavoro a Mirafiori, a Rivalta, ad A rese, a Pomigliano. Si nascondono cioè, come sempre, dietro la finzione tartufesca che la coperta corta possa coprire insieme la testa e le gambe del malato. Ma è, appunto, una finzione e anche piuttosto sporcacciona. In un settore in gravissima recessione come quello dell’ auto, che non può in alcun modo garantire gli attuali livelli occupazionali, dovrebbe essere chiaro a tutti (anche ai cardinali) che un’ azienda come la Fiat non può attivare uno stabilimento a Melfi, considerato più efficiente e produttivo, senza ridimensionarne alcuni altri al Nord che si sono dimostrati inefficienti e improduttivi. I piani di ristrutturazione servono a questo: a puntare sull’ efficiente per ridurre l’inefficiente. Sennò son solo vuote parole. Ma i lavoratori piemontesi e lombardi (che non vanno comunque sulla strada, vanno, all’85 per cento dello stipendio, in cassa integrazione pagata, come sempre, dalla collettività), i loro sindacati, i loro vescovi, i loro arcipreti, i loro cardinali, le sinistre vogliono, come sempre, la quadratura del cerchio. E, a quanto pare, riusciranno, come sempre, a ottenerla.
Infatti i sindacati, solo per riprendere le trattative con la casa torinese, pretendono che il governo garantisca alla Fiat “le commesse pubbliche necessarie a elevare la sua produzione e ai lavoratori la permanenza in fabbrica “. Ma come? Le sinistre, e anche i sindacati, non si stanno agitando da mesi a dire che sono diventati liberal-democratici, che sono per il libero mercato, per la concorrenza, che è l’ ora di finirla con le grandi aziende che, di riffa e di raffa, si pappano tutto e che bisogna restituire alle piccole e medie imprese, vera spina dorsale del Paese, il loro posto? E che concorrenza c’è, che libero mercato è mai quello in cui il governo garantisce in partenza alla più grande azienda italiana le commesse pubbliche?
Come al solito noi italiani ci sbrodoliamo addosso parole ipocrite a cui non intendiamo dare alcun seguito. In quanto ai vescovi, agli arcipreti, ai cardinali e anche al papa sarebbe l’ ora che la smettessero di entrare a piedi uniti nelle questioni interne, politiche e sociali, dello Stato italiano. O se invece le gerarchie ecclesiastiche pensano che, nell’attuale vuoto di potere, l’ Italia debba diventare la succursale del Vaticano se ne assumano anche le relative responsabilità. E sia il Vaticano a pagare i costi, magari con i quattrini che lo Ior, da Calvi a Cusani, ha lucrato sulla pelle dei cittadini italiani, delle fabbriche decotte, degli stabilimenti improduttivi e di coloro che vi lavorano.
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