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Nel teppismo contro la sede di via Domodossola c’è la stessa intolleranza ideologica che fu alla base dei pogrom
Massimo Fini da L'Europeo del: 20/11/1992 Gli ebrei sono cittadini italiani come tutti gli altri, con pari doveri oltre che pari diritti? Se sì i teppisti che hanno assaltato a colpi di spranga, di manganello, di bastone, la sede dei naziskin di via Domodossola, a Roma, sfasciando automobili, ferendo cinque persone, vanno individuati e perseguiti e la loro azione condannata senza remore o riserve mentali.
Invece, se si eccettua la limpida dichiarazione di Rita Levi Montalcini («È grave quello che hanno fatto i giovani ebrei»), così non è stato. Tullia Zevi ha giustificato «la rabbia di questi ragazzi, che deve esplodere, esprimersi», Franco Fortini si è detto disposto a dar loro manforte col randello, Paolo Flores D’ Arcais ha trattato i naziskin da cimici che non possono parlare di nulla «che non sia la qualità del vitto di Regina Coeli». Se poi si scende negli umori più profondi e meno controllati della comunità israelitica si possono cogliere dichiarazioni come quella di Emma Di Castro: «Bravi ragazzi, bravi, hanno fatto bene. Dovevano sterminarli tutti quei razzisti» o «Altro che spranghe, ci vogliono i mitra» (anonimo, La Repubblica, 7/11). Il raid teppistico degli estremisti ebrei era stato preceduto da alcuni episodi odiosi di intolleranza razzista: scritte antisemite sui muri e le gialle stelle di David affisse, nottetempo, sulle saracinesche di commercianti israeliti. Sono fatti gravi, ma a nessuno può, e deve, sfuggire la differenza fra queste provocazioni e il ricorso alla violenza, alla spranga, al manganello e domani magari, chissà, all’olio di ricino usato in funzione pedagogica. Tanto più che il raid dell’altro giorno ha dei precedenti: l’assalto all’hotel Parco dei Principi, dove i naziskin tenevano un convegno, e due ordigni esplosivi piazzati davanti alla sede di via Domodossola.
Appare quindi tanto più singolare che, all’indomani del raid, il capo della polizia, Vincenzo Parisi, il prefetto, Carmelo Caruso, il questore, Fernando Masone, si siano recati nella Sinagoga di Roma per esprimere solidarietà. È la prima volta che autorità pubbliche esprimono solidarietà alla comunità dalle cui file sono usciti gli aggressori. Si dice adesso, da molte parti, per giustificare il raid dei giovani, e meno giovani, estremisti ebrei, che le sedi del «Movimento politico», in cui si riconoscono i naziskin, andavano chiuse da tempo in base alle norme che vietano l’«apologia del fascismo» o, addirittura, alla legge Scelba del 1952 che vieta «la ricostituzione del partito fascista». Bene, bisogna dire con chiarezza che se ci sono norme di pura marca fascista sono queste. Perchè in una società democratica ognuno deve essere libero di esprimere le proprie idee, per quanto aberranti. La discriminante è un’altra e sta nel metodo; nessuna idea, buona o cattiva che sia, può essere fatta valere con la violenza. Se, sia pur con tutte le più buone intenzioni, si abbandona questo principio basilare si sa dove si comincia ma non dove si va a finire. Si comincia a spargere sale sulle sedi dei naziskin e si prosegue magari, domani, mutato il vento, chiudendo le Sinagoghe, come ben sapeva Togliatti, il quale sarà stato un cinico ma non era certamente uno stupido, che fu uno dei più decisi avversari della legge Scelba.
Ma, al di là di queste pur fondamentali questioni di principio, mi pare che il dibattito si basi su una sostanziale ipocrisia. I lebbrosi, gli appestati, i ghettizzati, gli emarginati nell’Italia di oggi, novembre 1992, non sono gli ebrei, ma i naziskin. Borgatari e sottoproletari, che vivono in periferie infami, deprivati di tutto, a cominciare dalla cultura, minoranza senza speranze, essi scaricano, peraltro verbalmente, le proprie frustrazioni su altre minoranze, come gli ebrei o gli immigrati, che non sono in nulla responsabili della loro condizione. Bisogna cercare di recuperarli, invece di sprangarli. Perche, per quanto ciò possa sembrare strano ad alcuni, anche un naziskin è un essere umano. In quel considerarli delle cimici senza diritto di parola, degli esseri inferiori, degli untermensch, che in fondo non sarebbe poi un delitto spazzar via a colpi di mitraglia, ci è parso di avvertire lo stesso agghiacciante disprezzo che i nazisti nutrivano verso gli ebrei.
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