|
La civiltà giuridica comporta che perfino i re, e non già privati cittadini come Craxi, si sottopongano alla giustizia. Altrimenti è lecito eliminarli
Massimo Fini da L'Europeo del: 12/02/1993 Dopo la raffica di arresti di questi ultimi giorni e il tentativo di perquisizione della sede nazionale del Psi, con la conseguente, rabbiosa, reazione degli esponenti socialisti che hanno gridato al «complotto», al «linciaggio infame», all’«uso violento dell’azione giudiziaria» al «tentativo di criminalizzazione del sistema politico», si e parlato, da più parti, di «devastante scontro fra i poteri dello Stato». Ed è per comporre questo scontro, a quanto pare, che i presidenti della Camera e del Senato sono saliti al Quirinale.
Queste iniziative e questo linguaggio indicano come in Italia si sia persa non solo ogni cultura giuridica ma la cognizione stessa dei principi su cui si basa lo Stato democratico, Quello in atto fra magistrati e Partito socialista non è affatto «uno scontro fra poteri dello Stato», per la buona ragione che, in questo scontro, di poteri dello Stato ce n’e uno solo, quello giudiziario, mentre dall’altra parte c’è un’associazione di diritto privato quale il Psi, come ogni partito, altro non è, Lo stesso termine «scontro» è improprio non potendosi dare, al di fuori di un’ipotesi eversiva, uno scontro fra lo Stato e i propri cittadini, singoli o associati, ma solo rapporti di diritto che lo stesso Stato è tenuto, attraverso appunto i suoi poteri, a regolare e a far rispettare. E così nell’inchiesta Mani pulite, c’è molto semplicemente un potere dello Stato, quello giudiziario che, con i mezzi consentiti ed imposti dall’ordinamento giuridico, indaga su violazioni di legge compiute da dei cittadini sia singolarmente sia in associazione fra di loro, Che poi queste associazioni siano dei partiti, e non delle bocciofile è, dal punto di vista giudiziario e istituzionale, assolutamente irrilevante.
Insomma la magistratura e il signor Bettino Craxi non possono essere messi sullo stesso piano, tanto da parlare di «scontro», e addirittura di «scontro fra poteri dello Stato», perché si tratta di due ordini di cose del tutto diversi: la prima è un organismo al più alto livello istituzionale, uno dei tre poteri fondamentali, insieme al legislativo e all’esecutivo, su cui si incardina lo Stato democratico e liberale secondo la divisione che risale a Montesquieu, il secondo è un privato cittadino, sia pur segretario di partito che, come tale, è tenuto a sottoporsi alle leggi.
Come si è potuto allora arrivare a un tal punto di smarrimento giuridico da confondere i partiti con i poteri dello Stato? Perchè in Italia, non diversamente da quanto è avvenuto in Unione Sovietica col Pcus, i partiti, attuando negli anni un golpe silenzioso, hanno occupato lo Stato e hanno finito per identificarsi con esso. E questo è appunto quel regime di cui adesso Norberto Bobbio, Gianni Vattimo e altri stanno discutendo se sia esistito o no. Che, a differenza dell’Urss, i partiti, invece che uno, fossero una pluralità è una diversità solo apparente perché quei partiti, associati fra loro nell’occupazione dello Stato, oltre che, a quanto si è visto, nella malversazione, costituivano un blocco unico che escludeva dall’accesso alle istituzioni dello Stato e alle sue ramificazioni pubbliche tutti i cittadini che a quel blocco non si sottoponevano. E che la partitocrazia sia stata un regime ce lo dice proprio il fatto che per accedere a qualunque incarico pubblico o semplicemente a un posto di lavoro pubblico, e spesso anche privato, era necessaria, come durante il fascismo, una tessera, l’infame «tessera del pane».
La discussione sul carattere di regime della partitocrazia non è accademica. Se infatti la partitocrazia, chiudendo il cerchio, si rifiutasse, come sta tentando, di farsi processare dai tribunali dello Stato, negando di essere sottoposta alla legge comune, e ribadendo cosi in modo definitivo il proprio carattere di regime, allora sarebbe lecita, contro di essa, l’insurrezione violenta, come ai tempi della lotta partigiana. È bene ricordare che anche all’epoca della monarchia assoluta il re e le oligarchie che lo sostenevano erano tenute a osservare alcuni principi fondamentali dello Stato e che la teoria del tirannicidio, cioè della legittimità dell’uccisione del tiranno si fonda sulla eventualità che vengano violati anche questi principi basilari.
|