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Fannulloni. Incapaci. Ma la Triplice parla di «lavoratori». Perciò occorre una svolta liberista. Anche nel giornalismo. Io avrei qualche nome da suggerire...
Massimo Fini da Il Borghese del: 10/09/1998 Nell’anno di grazia 1980, in un’intervista a Prima Comunicazione, mi dichiarai a favore del licenziamento del giornalista. Se avessi bestemmiato in chiesa non avrei provocato un gelo e un imbarazzo più grandi, tanto più che allora ero membro del Consiglio dell’Associazione lombarda dei giornalisti, cioè un sindacalista. I capataz del sindacalismo lombardo di allora, i Sergio Borsi, i Raffaele Fiengo, mi sommersero di sputi e pernacchie. Eppure avrebbe dovuto essere evidente a tutti che l’illicenziabilità del giornalista era diventata uno dei motivi della degradazione e dello svilimento, professionale ma anche economico, del nostro mestiere. Favoriva i fannulloni e gli incapaci a scapito dei meritevoli e dei volonterosi, sclerotizzava le redazioni, impediva, o rendeva molto difficile, il ricambio generazionale e l’ingresso dei giovani. Gli Editori, ormai molto più interessati alla pubblicità, ai gadget, alle sinergie e molto meno al contenuto dei loro giornali, e quindi alle capacità di chi doveva farli, avevano accettato molto volentieri questo principio totalmente non liberista, anche perché aveva come pendant l’appiattimento di tutti gli stipendi.
Niente licenziamenti, ma anche niente aumenti di stipendio ad personam, tutti uguali e tutti ugualmente coglioni sull’onda del ‘68 che aveva dichiarato guerra alla «meritocrazia». E questo, naturalmente, andava a fagiolo al sindacato, non solo perché era impregnato di quella cultura livellatrice ma anche perché aveva bisogno di vaste masse di giornalisti proletarizzati e manovrabili per coltivare i propri sogni di cogestione politica ( quanto valesse questa cogestione lo si è visto bene, per esempio, a Panorama che fino a pochi anni fa era un giornale di sinistra «che più a sinistra non si può» e che oggi è il settimanale di punta della destra pur avendo, nella stragrande maggioranza, gli stessi giornalisti di prima; al momento del dunque decide sempre chi ci mette i soldi, il padrone, com’è giusto che sia).
Si può dire anzi che più o meno a metà degli anni ‘70 sia stato stipulato fra Editori e sindacato un pactum sceleris per cui i primi rinunciavano al diritto di licenziare in cambio della dequalificazione economica e professionale dei giornalisti. Di questo patto ebbi, per così dire, prova tangibile nel 1985 quando a dirigere l’Europeo fu chiamato il mio amico Lanfranco Vaccari, ragazzo talentuoso che oggi langue nelle secche di una vicedirezione alla Gazzetta dello Sport. Vaccari mi chiamò, anzi mi richiamò, all’Europeo. Pur non avendo alcun incarico ufficiale ero però il suo «consigliori», diciamo pure la sua «anima nera».
Uno dei problemi dell’Europeo era che su 55 redattori più di venti non facevano un beato cazzo. E quel che è peggio, poiché come in economia vige la legge di Gresham per cui «la moneta cattiva scaccia quella buona» così nel lavoro opera quella che «la mela marcia intacca le altre», i fannulloni aumentavano continuamente perché anche chi è motivato si stufa a furia di vedere il proprio dirimpettaio che non fa niente e prende lo stesso stipendio. Dissi a Vaccari, parafrasando uno slogan del ‘68: «Licenziamone uno per educarne cento. Vedrai che anche gli altri si metteranno a trattare». Avevamo anche individuato il soggetto, un certo E.R., un tipo che proporzionalmente a quanto produceva e scriveva, cioè quasi niente, era il giornalista più pagato del gruppo Rizzoli-Corriere. Vaccari andò dall’Editore con la proposta, ma ritornò con le pive nel sacco: «Niente da fare. Mi han chiesto se sono matto». Essendo stato in un certo qual modo un antesignano, sono quindi d‘accordo, almeno in teoria, con la proposta fatta recentemente dal premio Nobel per l’economia, Franco Modigliani, di tornare alla libertà di licenziamento individuale del lavoratore dipendente che, naturalmente, ha raccolto l’immediato niet dei sindacati.
La libertà di licenziare dovrebbe andare de plane in un sistema liberista come pretende di essere il nostro. La libertà di licenziare, dice Modigliani, è un fattore che crea occupazione, non la toglie. E, aggiungo io, crea occupazione più motivata e appropriata. In un sistema mobile per un posto che si perde, mille altri se ne liberano, come nel gioco dei quattro cantoni. Il licenziamento è una tragedia, in un sistema bloccato come l’attuale. Nè si può pensare che l’imprenditore sia così sciocco da licenziare un lavoratore capace solo perché gli sta antipatico, poiché, con la mobilità del lavoro, costui troverebbe certamente un altro posto mentre l’imprenditore incauto rischierebbe di vedersi arrivare una ciofeca. Certo ci vorrebbero alcuni, precisi limiti e correttivi per evitare ricatti odiosi su soggetti in posizione di debolezza (donne incinte, handicappati, anziani), sussidi di disoccupazione consistenti per i periodi di intervallo fra un impiego e un altro e agenzie di collocamento degne di questo nome (come è in Svizzera e in Germania, dove però chi è disoccupato cerca sul serio un altro lavoro e non si adagia sul sussidio che, del resto, è cospicuo ma ha durata limitata).
Ma soprattutto, e questo è il punto davvero dolente che dà per ora ragione al niet bolscevico dei sindacati, ci vorrebbe un’organizzazione davvero liberista della nostra economia con lo smantellamento dei cartelli oligopolisti (un operaio specializzato licenziato dalla Fiat dove va?). Quindi prima si liberalizzi il capitale, poi si potrà liberalizzare anche il lavoro. Per cui temo che non se ne farà niente.
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