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Le comiche di <i>Repubblica</i>

Massimo Fini da L'Indipendente del: 25/06/1994
Raramente ho letto un articolo così comico e al tempo stesso così vergognoso come quello pubblicato l’altrieri da Repubblica a firma di Barbara Palombelli e intitolato “Quando il ‘nemico’ arriva in redazione”.

Comico innanzi tutto perché, con gran prosopopea e minuzia di particolari dà notizia del nulla, di un non-avvenimento: la partecipazione di Gianfranco Fini, segretario dell’Msi-Alleanza nazionale, ad un Forum di Repubblica. Che notizia è?
Non è certo la prima volta che un segretario di partito entra in una redazione di giornale per un dibattito. Naturalmente l’intento della Palombelli è di sottolineare l ‘intrigante straordinarietà di un incontro fra gli antifascisti doc di Repubblica e il “fascista” Fini. Per sostenere questa ridicola sovraesposizione (perché il fascismo non esiste più da mezzo secolo) la Palombelli dipinge l ‘ingresso in redazione di Fini come quello del diavolo in sacrestia. “La Repubblica e Fini. Lo spettacolo è assicurato” esordisce la Palombelli e descrive la curiosità un po’ attonita e vagamente tremebonda delle decine di giornalisti (“Non solo ‘quelli della politica’, ci sono inviati di esteri, di cronaca, giovani praticanti”) accorsi a vedere di persona questo “oggetto misterioso”, questo Ufo (Unidentified Flight Object), questo marziano sceso in terra, anzi questo Satanasso salito dagli inferi. Ad interrogarlo c’è tutto il “sancta sanctorum” dell’antifascismo del giornale: Eugenio Scalfari, il vicedirettore Gianni Rocca, Mario Pirani, Alberto Jacoviello, Mino Fuccillo, Giovanni Valentini.

Ma il primo a rivolgere la parola al demonio è, noblesse oblige, Eugenio Scalfari. A poco a poco, a Repubblica, si fa finta di accorgersi che il diavolo non è poi così brutto come lo avevano dipinto. Intanto è alto, il che non guasta. Ancora un passo (un altro passo di Fini verso i vertici del potere) e lo troverebbero pure bello. Per il momento ci si limita a notare che, chi l’avrebbe mai detto, è educato e gentile. Poi fuma, come qualsiasi altro mortale. Come Scalfari. Anche se il leader dell’Msi è per le Merit e Scalfari per le Rothmans è l‘ indizio di una possibilità d’intesa, l’inizio di una complicità. Il clima -lo dice la Palombelli- si fa confidenziale, addirittura “familiare”. Uno Scalfari fra lo scandalizzato e il divertito viene a sapere che alcuni dei suoi angeli antifascisti, fra cui la stessa Palombelli, avevano già fornicato nascostamente con Satanasso perché si danno del tu anche se la redattrice, un po’ scossa dalla rivelazione, ci tiene a precisare che è in virtù di “un’antica militanza da cronisti parlamentari”.
Ma, rotti gli argini, Mino Fuccillo, con un brivido di piacere trasgressivo che lo traversa dall’ombelico alle orecchie e gli imporpora il volto, confessa: “Abbiamo pure preso un caffè al Pantheon”. Scalfari, benedicente e indulgente, assolve anche Fuccillo.

E qui finisce il lato comico e comincia quello vergognoso: l’intervista. Un “pappa e ciccia” di cui Fini si fa complice. Si inizia, fra squilli di tromba e suoni di corno antifascisti, con Salò ma anche, è sempre la redattrice ad informarci, “rapidamente si chiude”. Non è bello inquietare un ospite cosi educato e gentile, alto oltretutto. E poi ci sono problemi più reali, più concreti e in quanto a concretezza e a realismo, si sa, La Repubblica non è seconda a nessuno. Per la verità ci sarebbe un provocatore, il capo degli interni, Giovanni Maria Bellu, un sardo tosto e cocciuto, che vorrebbe bloccare Fini su quella vecchia, annosa, noiosa, datata questione della “libertà”. Ma si capisce subito che il Bellu è mandato allo sbaraglio per permettere a Scalfari di recitare in pompa magna la sua parte di ospite-moderatore-padre padrone. “Passiamo all’oggi” intima, perentorio. La calata di braghe è generale, l’intervista, che ha impegnato i migliori cervelli della Repubblica, un “pissipissi baubau”, passabilmente abietto, che termina con la definitiva consacrazione del demonio: “Il ragazzo Fini -assicura Scalfari- è pronto a debuttare nei salotti radical- chic”. Si conclude in apoteosi semiproletaria col “superantifascista Orlandone che, davanti all’ascensore, chiacchiera col leader di Alleanza nazionale”.
Questo incontro, epico e commovente, di cui Barbara Palombelli ci ha dato il fedele resoconto, merita qualche postilla, per intelligenza del lettore. Quelli della Repubblica non sono mai stati antifascisti (nessuno può prendere sul serio, in questo senso, un Eugenio Scalfari o un Giovanni Valentini), ma per vent’anni hanno fatto dell’antifascismo di maniera e di comodo l’uso più intollerante e protervo. Per vent’anni è stato sufficiente non essere schierati a sinistra perché La Repubblica ci definisse “fascisti” e ci additasse al pubblico ludibrio. Sul finire dei ‘70, quando il terrorismo degli autonomi, che La Repubblica chiamava allora, con tenerezza, “il movimento” impazzava e insanguinava le strade d ‘Italia, Eugenio Scalfari scrisse un corsivo vibrante di indignazione perché Costanzo non solo aveva invitato Montanelli al suo show ma gli aveva permesso addirittura di parlare. Ai fascisti non si dà la parola, scrisse Scalfari. Altro che darsi del tu e prenderci un caffeuccio al Pantheon. Per vent’anni è bastato stringere la mano non ad un missino ma a Massimo De Carolis per rischiare di essere sprangati fra gli squittii dei giornalisti della Repubblica. Per vent’anni La Repubblica e il suo sodale L’ Espresso hanno esercitato la più feroce zdanoviana censura ideologica su tutto ciò che proveniva della cultura di destra.
E ancora pochi mesi fa La Repubblica, mettendosi sotto i piedi qualsiasi senso della dignità nazionale, appoggiava il Parlamento Europeo che, con una inaudita intromissione nelle vicende interne del nostro Paese, chiedeva l’espulsione dei ministri missini, pardon “fascisti”, dal governo Berlusconi.

Questo fino ad ieri. Poi, dopo le Europee, quelli di Repubblica si sono resi conto che ormai I’Msi era saldamente nel potere e che non c’era più nulla da fare. E hanno capito che, per l’ennesima volta, dovevano tirar fuori le lingue, lingue da formichiere, per andare a leccare il deretano dei nuovi padroni.

Non c’è niente da fare. Passano i regimi, i fascismi, le prime e le seconde Repubbliche, ma una cosa resta immutabile, immarcescibile, eterna: il salotto romano, di cui la “jollyband” di Repubblica è, a giusto titolo, l’emblema. Spiacerebbe che, lusingato da queste adulazioni, vi debuttasse ora anche Gianfranco Fini.

pubblicazione: 24/10/2003

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