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La ribellione bipartisan al conflitto di interessi

Curzio Maltese da Repubblica del 3.4.03

LA GUERRA, in Italia, si continua a combattere sulle televisioni e impegna il governo molto più della crisi in Iraq. E' l'ovvia riflessione in fondo alla furibonda battaglia parlamentare condotta ieri da maggioranza e opposizione sulla legge di riforma televisiva Gasparri. La giornata è cominciata al mattino con la clamorosa ribellione della Camera al conflitto d'interessi di Berlusconi, con l'approvazione di un emendamento che vieta la proprietà di più di due reti tv.

E si è conclusa a tarda sera con un rissa sui banchi, l'abbandono dell'aula da parte dell'opposizione e il durissimo attacco di Rutelli a Casini ("è un presidente inadeguato"), mentre la maggioranza da sola votava a raffica sui nuovi criteri di nomina Rai. Come sempre in Italia, chi tocca i fili della televisione muore. Che le televisioni contino da noi più di qualsiasi guerra mondiale, s'era capito fin dalla mattina. Quando a sorpresa la Camera aveva approvato l'emendamento del diessino Giulietti che oltre a mettere fuori legge l'impero televisivo di Berlusconi affondava l'intero impianto della riforma televisiva firmata dal ministro Gasparri e, come dice qualcuno, controfirmata ad Arcore con ricevuta.
Grazie a diciassette franchi tiratori e a una sessantina di assenti della Cdl, quello che avrebbe dovuto essere un regalo al premier si trasformava così in una gigantesca tegola sulla testa del governo Berlusconi. O se vogliamo, nel "più importante successo dell'opposizione dal principio della legislatura", come aveva commentato un euforico Rutelli.

Un voto storico, visto il Parlamento italiano, prima o seconda repubblica, con maggioranze del pentapartito, destra o sinistra, non aveva mai approvato una norma che potesse suonare come limite o addirittura danno all'impero televisivo di Silvio Berlusconi. Il fatto che sia accaduto proprio con il padrone di Mediaset al potere è un sublime paradosso della democrazia. In un colpo solo, il conflitto d'interessi è riuscito nel miracolo di compattare l'opposizione, da tempo belligerante contro sé stessa, e di liquefare una maggioranza forte di cento seggi di vantaggio e finora eretta come diga a difesa degli interessi di Berlusconi, vedi Cirami.

Naturalmente, si trattava di una vittoria parziale. E' probabile infatti che il tetto delle due reti venga abolito in Senato, dove difficilmente il presidente Pera troverà il coraggio di concedere lo scrutinio segreto. Ma il colpo di maglio inferto alla maggioranza rimane comunque tremendo. Forse il segnale di una ribellione bipartisan al conflitto d'interessi. Più probabilmente una reazione immediata all'arroganza proprietaria di Berlusconi che nei giorni scorsi si era espressa con una specie di lettera di coscrizione ai parlamentari della Cdl che vale la pena di riportare: "Gentile collega, ti ricordiamo che da martedì 1 aprile, ore 11, e per tutta la settimana la presenza è assolutamente obbligatoria per le importantissime votazioni, anche con scrutinio segreto, sulla legge di riassetto del sistema televisivo. Non sono ammesse giustificazioni e missioni".

Un piccolo capolavoro di aziendalismo applicato alla politica di fronte al quale è umanamente comprensibile la reazione dei diciassette franchi tiratori e degli assenti, ansiosi di impallinare le "importantissime votazioni" sugli affari del presidente. Ma anche un segnale profondo di malessere nella maggioranza, forte al punto da decidere di colpire al cuore del conflitto d'interessi: la proprietà televisiva. Laddove Berlusconi è più sensibile e neppure l'Ulivo, negli anni del suo governo, ha mai osato colpire. Per giunta, nel nome del famoso mercato e della celebrata Europa, visto che la riforma Gasparri iberna il duopolio e colloca l'Italia fuori da ogni antitrust continentale.

Si capisce la furibonda reazione di Berlusconi, oltre il cerone degli eufemismi. "Un episodio molto spiacevole che mi ha amareggiato", ha detto il premier. Tradotto: un disastro che lo ha mandato fuori di sé. Qualsiasi giornalista pagherebbe una cifra per sapere che cosa il premier, i collaboratori e i capi gruppo si sono detti nelle riunioni di palazzo delle ore successive e che cosa hanno poi comunicato a Casini. Il risultato è stato in ogni caso che alla ripresa dei lavori tutti i parlamentari della maggioranza erano presenti e il presidente della Camera ha autorizzato un tour de force di votazioni per approvare un sistema di nomina del presidente Rai che di fatto lo consegna alla maggioranza di governo, contro ogni regola di garanzia e la volontà più volte espressa dal presidente Ciampi.

Una "rappresaglia" per lo scacco subito al mattino che ha spinto l'opposizione ad abbandonare l'aula con una indignata protesta contro il mutato atteggiamento del presidente Casini, in versione mister Hyde.

La strana guerra delle televisioni è destinata a durare a lungo. La riforma sarà riscritta al senato e riportata alla Camera, con il rischio di nuove imboscate. La Rai col nuovo vertice veleggia verso la crisi finale e la svendita a qualche amico o sodale del premier. Sarà insomma uno spettacolo vedere nelle prossime settimane l'affanno e l'impegno eroico profuso dalla maggioranza sul sacro fronte dell'etere mentre il Paese non ha ancora capito se il governo dispone di una politica estera, al posto delle solite cinque o sei, e soprattutto di una politica economica per fronteggiare la recessione annunciata.

(Repubblica 3 aprile 2003)

pubblicazione: 06/12/2003

Categoria:
Politica » Informazione, stampa e libertà d'opinione

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