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Figli senza padri. Organi senza padroni. Il pericoloso desiderio di eliminare la morte e il limite. La razionalità ha perso la misura e dimenticato la Natura. E così la specie umana scomparirà.
Massimo Fini da Il Borghese del: 24/02/1999 E’ notizia dell’altro giorno che un’equipe di ricercatori italiani, francesi e turchi ha creato in vitro, grazie a un’azione combinata di testosterone e di una sostanza sintetica, ottenuta in laboratorio, chiamata «Fsh», degli spermatozoi artificiali che consentiranno anche a un maschio sterile di avere figli utilizzando di proprio solo gli spermatociti, cioè delle cellule primarie che si trovano a uno stadio antecedente a quello dello spermatozoo. Ciò permetterà all’uomo sterile di non ricorrere alla fecondazione cosiddetta «eterologa», di avere un figlio «suo» o, per essere più precisi, che in parte è suo e in parte è figlio della chimica. Frankenstein è sempre più vicino. Peraltro gli scienziati giapponesi sono andati anche più in là prelevando gli spermatociti da degli uomini sterili e trapiantandoli nei testicoli di alcuni topolini che, dopo cinque mesi, hanno prodotto spermatozoi umani. Qui siamo più vicini al Minotauro, solo che ora al posto del toro c’è un topo. Padri senza seme, madri senza ovuli, madri senza figli, figli con due madri, gravidanze senza concepimento, figli senza copula, figli di incroci umani e animali o umani e chimici. Queste sono le meraviglie che ci offre il campo della fecondazione artificiale. Ma non sono che una parte dell’immenso campionario che ci viene messo a disposi- zione dal bengodi medico. C’è anche il luccicante settore dei trapianti e degli espianti per cui a dei vivi quasi morti vengono strappati il cuore, i polmoni, il fegato, i reni, gli occhi, la pelle per darli ad altri uomini più morti che vivi. Ci sono le clonazioni e tutto il promettentissimo settore dell’ingegneria genetica. Stiamo entrando diritto e di filato nel mondo dei replicanti di Blade Runner. La fantascienza è già qui. La Scienza e il suo braccio armato, la Tecnologia, ci stanno costruendo attorno un mondo artificiale in cui finiamo per diventare noi stessi degli artefatti.
Lo chiamiamo Progresso. Ed è probabile che questo processo che ci sta allontanando sempre più dalla Natura fosse, almeno in parte, inevitabile, perché l’uomo è un animale culturale e la tensione verso la conoscenza, la ricerca e la modifica dell’esistente è ciò che esattamente lo distingue da tutti gli altri esseri viventi. È un animale tragico, il solo consapevole della propria morte, che, a differenza del leone o del gatto, non sa o non può accontentarsi di vivere nella propria pelle. Ma rimane pur sempre un animale. E a me pare che nel corso degli ultimi due secoli e mezzo, a partire da quell’evento cruciale che è la Rivoluzione industriale, noi abbiamo troppo calcato l’accento sulla Cultura, dimenticandoci della Natura. Non è qui in discussione la conoscenza (cioè la Scienza) che è imprescindibile dall’uomo, fa parte della sua singolarissima natura, ma la Tecnologia: se cioè tutto ciò che apprendiamo debba avere una traduzione pratica. Tutto ciò che l’uomo può fare deve necessariamente essere fatto? Questa è la drammatica domanda che ci pone la Modernità. A questa domanda gli antichi davano una risposta negativa. E non perché fossero più rozzi o gli mancassero le possibilità. Il pensiero greco (Eraclito, Parmenide, Aristotele, Platone) aveva già pensato tutto ciò che c’è da pensare. Tutta la filosofia che è venuta dopo non fa che portare degli aggiustamenti. La conoscenza dei greci era ad altissimo livello. E i greci avevano una teoria della meccanica per cui, già più di duemila anni fa, avrebbero potuto costruire delle macchine molto simili alle nostre. Ma non le fecero. Perchè? La spiegazione che, almeno fino all’altro ieri, si dava di questa rinuncia, che a noi moderni pare così singolare e bizzarra, è che i greci avevano gli schiavi che lavoravano per loro. Ma non si tratta affatto di questo. Nei greci c’era la percezione, che qualcuno chiamerebbe sapienziale, che andare a manipolare e replicare la natura è pericoloso.
Non si tratta di’ una convinzione religiosa -i greci erano, di fondo, dei razionalisti- ma della consapevolezza che la Natura ha elaborato le sue leggi in milioni di anni e che se le cose stanno in un certo modo ci sono sempre molte buone ragioni perché sia così, mentre l’uomo è su questa Terra da molto meno e non gli è possibile sapere ogni volta che introduce una consistente manipolazione della natura quali ne siano i contraccolpi e quali varianti siano messe in circolo. Il senso del sacro degli antichi non è altro che razionalità espressa in forma simbolica.
Ma lo stesso Bacone, che pur è considerato il padre della Rivoluzione scientifica, ammoniva: «L’ uomo è il ministro della natura, alla natura si comanda solo obbedendo ad essa». Noi invece, perso ogni senso della misura e del limite, spinti da una ubris che ci acceca abbiamo preteso di stravolgerla. Con tutta evidenza abbiamo messo in circolazione varianti che non siamo più in grado di controllare. Ci affidiamo al nostro nuovo dio, la Tecnologia, confidando totalmente in esso. Ma la Tecnologia come risolve un problema ne apre altri dieci, ancora più complessi. E una vertiginosa spirale, sempre più accelerata, al fondo della quale -ci vuoI poco a capirlo- c’è solo la nostra dissoluzione come specie.
Del resto abbiamo la pretesa di eliminare dalla nostra esistenza il dolore, l’invecchiamento, il limite e la morte. Ma il dolore, l’invecchiamento, il limite e la morte sono inscindibili dalla vita. Sono la vita e il giorno in cui riuscissimo veramente nel nostro intento avremmo semplicemente eliminato dalla faccia della terra la vita. Cioè noi stessi.
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