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Il governo dell’Ulivo mazzola il ceto medio. Ma non ne guadagna l’equità. È solo la vecchia amicizia tra comunisti e grande industria.
Massimo Fini da Il Borghese del: 29/10/1997 Mentre si svolgeva e si concludeva la sceneggiatura sulla Finanziaria e i giornali si affannavano a disquisire su chi aveva vinto e chi aveva perso quella partita, se Prodi o Bertinotti o D’ Alema o Cofferati o Fossa, il ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, quatto quatto, portava a regime la sua Riforma fiscale che modifica le aliquote dell’Irpef e vara una nuova tassa regionale, l’Irap, in omaggio, suprema ironia, al federalismo. Qui non c’è molto da scervellarsi per cercare chi le ha prese: è il solito ceto medio con un riguardo particolare ai lavoratori autonomi, artigiani, commercianti, agricoli, professionisti, che son stati bastonati a dovere. Se si guardano infatti le tabelle pubblicate in questi giorni dai quotidiani si vede che c’è una prima sperequazione, ai danni del ceto medio, fra i lavoratori dipendenti e una seconda fra costoro e gli autonomi. La Riforma fiscale alleggerisce la posizione dei lavoratori dipendenti che guadagnano fino a 100 milioni, penalizza quelli che sono fra i 100 e i 200 e favorisce, con sgravi assai consistenti, chi è al di sopra dei 300. Fra i lavoratori dipendenti quindi il ceto medio paga, com’è giusto che sia per i percettori dei redditi più bassi, ma anche di quelli più alti, e questo è molto meno giusto, risulta anzi incomprensibile. Ma è il lavoratore autonomo che guadagna fra i 100 e i 200 milioni lordi che, alla fine, paga più di tutti e per tutti. Se infatti nel lavoro dipendente il suo pari grado che guadagna 100 milioni ha uno sgravio fiscale di 42 mila lire, lui, l’autonomo è penalizzato per 293 mila lire; a 150 milioni il lavoratore dipendente dovrà pagare l’anno prossimo 700 mila lire in più, ma l’autonomo 2 milioni e 44 mila lire; a 200 milioni il lavoratore dipendente, per il quale, non si capisce con quale criterio, la nuova tassazione va a scalare, pagherà in più 264 mila lire, ma l’autonomo avrà una sberla di 4 milioni e 54 mila lire; a 300 milioni, e siamo al livello degli alti dirigenti dei grandi Enti pubblici, il dipendente sborserà 736 mila lire di tasse in meno, mentre il suo collega autonomo dovrà tirare fuori 7 milioni e 304 mila lire in più. Non si capisce la ratio di questa doppia sperequazione che alI‘ interno del lavoro dipendente penalizza gli stipendi medi a favore di quelli alti e altissimi eppoi, fra gli stipendi medi, mazzola in modo pesantissimo quelli degli autonomi rispetto agli altri. Mentre per la prima sperequazione non ci può essere alcuna motivazione ragionevole ( e saremmo davvero curiosi di sapere come la spiega il professor Visco ), per la seconda si ripete l’antica solfa che il lavoratore autonomo può evadere e quello dipendente no. Ma, a parte il fatto che ci sono categorie di autonomi, o singoli all’interno delle categorie, che non possono affatto evadere, questo è il classico gatto che si morde la coda. E chiaro infatti che, a un livello di tassazione così alto, chi può evade. Il che comporta nuovi inasprimenti fiscali e ancora maggiori evasioni in un circolo vizioso che non ha fine e che tende a fare del lavoratore autonomo un evasore professionale. lo credo a bella posta. Costringere, di fatto, il lavoratore autonomo a evadere significa infatti togliergli credibilità politica quando questi avanza le sue rivendicazioni, magari su tutt’altre questioni. È’ facile infatti replicargli: «Sta zitto tu, che sei un evasore». E l’iniquità del sistema fiscale italiano è uno dei tanti modi per tagliare le unghie alla protesta dei ceti medi e in particolare, in questo momento storico, per tagliarle alla protesta che si leva dal Nord e che non riguarda solo l’alto prelievo fiscale, ma il cattivissimo uso che se ne fa, la disfunzione dei servizi, la loro bassissima qualità, le ruberie e le truffe della classe politica e dirigente, eccetera. In realtà se si coniuga la revisione delle aliquote Irpef con la nuova tassa regionale, l’lrap, che, come ha spiegato il Borghese nel numero scorso, macina le piccole e medie imprese e salva le grandi, si capisce benissimo a quale criterio risponde la Riforma di Visco. Si tratta della vecchia, consolidata saldatura fra gli interessi del grande capitale e quelli della classe operaia-impiegatizia che è in atto dagli anni Settanta, dall’epoca del «compromesso storico» pro Dc e Pci, e di cui si fece pronubo, nient’affatto innocente, Eugenio Scalfari chiamandola «alleanza dei produttori» (come se gli artigiani, gli agricoltori, i professionisti, i commercianti, i piccoli imprenditori e i loro operai fossero dei parassiti). È da più di un quarto di secolo che quest’alleanza, per niente santa, stritola fra le sue tenaglie il ceto medio, quello autonomo in particolare. E nonostante la rivolta del ‘92-‘94 sia stata portata avanti proprio dal ceto medio (mentre il grande capitale e il sindacato facevano resistenza) nulla è cambiato sotto i ponti. E sarebbe stupefacente che lo fosse, visto che l’Ulivo, con la liaisonfra Pds e i tycoon di Rinnovamento italiano, rappresenta, anche visivamente, gli interessi del grande capitale e del ceto operaio e impiegatizio a basso reddito. Ci sarebbero quindi tutti i motivi per votare a destra. Se in Italia la Destra avesse un aspetto un po’ meno galeotto.
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