|
Nicola Matteucci ha elaborato una curiosa giustificazione di Tangentopoli. Che ha più della teoria marxista della giustizia borghese che del liberalismo.
Massimo Fini da Il Borghese del: 03/12/1999 Egregio professor Matteucci, su un grande quotidiano nazionale leggo un articolo di fondo in cui si fa l’esaltazione del delitto. Niente di nuovo se quell’articolo fosse stato scritto da un componente della banda Bonnot, il gruppo di anarchici francesi che agli inizi del ‘900 diedero vita ai primi «espropri proletari», o da Andrè Breton, il surrealista che teorizzava l’ «atto gratuito», e quindi anche l’assassinio, o da un brigatista rosso, ma il fatto è che porta la firma di un intellettuale liberale, la Sua, ed ospitato da un foglio liberale, Il Giornale.
I delitti che lì esalta o che comunque giustifica al punto di non considerarli tali sono, naturalmente, quelli di Tangentopoli. Ho sempre provato, Le confesso, una sorta di attrazione, di horror vacui, per la capacità degli intellettuali italiani di trovare le argomentazioni più varie e sofisticate quando c’ è da difendere i potenti. Non per nulla l’immortale figura dell’Azzeccagarbugli è stata creata dal più grande romanziere nazionale. Nel Suo caso la parola magica, l‘«apriti Sesamo» all’amnistia, è «storicizzare». Non si è voluto, Lei scrive, «storicizzare il fenomeno delle tangenti». Se lo si fosse fatto si sarebbe visto che «ci fu allora un tacito accordo fra i partiti governativi e Il partito comunista di ignorare i rispettivi (illeciti) finanziamenti. C’ era una reciproca omertà». Che l’omertà fra individui che delinquono insieme vada considerata un’attenuante è una tesi suggestiva che piacerebbe a Totò Riina. Ma, si sa, quando si «storicizza» non si va tanto per il sottile. E quindi «storicizziamo» pure, emerito professore, purché si «storicizzi» anche il marocchino che entrando di soppiatto in casa sua le appioppa un paio di coltellate e si porta via l’argenteria. Non ha forse anche il marocchino diritto di essere «storicizzato»? Pare di no. Per il marocchino, il topo di appartamento, lo scippatore, il borsaiolo Lei chiede la «tolleranza zero». E si capisce: quando gli toccano «la robba» anche i professori liberali e garantisti diventano un poco nervosi.
Lei scrive che il solo che «storicizzò», che capì fu «L’ onorevole Bettino Craxi in un memorabile discorso alla Camera nel quale denunciava il male che affliggeva tutti i partiti... E’ stato il discorso di un grande statista». Per la verità, Professore, non si capisce che cosa ci sia di grande in un ladro che ammette di esserlo solo dopo che è stato scoperto e, per salvarsi, grida «Ma lo fanno tutti!». Craxi avrebbe dimostrato di essere, se non un grande statista, almeno un politico con un minimo di onestà intellettuale, se quel discorso in Parlamento lo avesse fatto cinque mesi prima quando fu arrestato Mario Chiesa. Ma allora Craxi, che si sentiva al sicuro, definì Chiesa «un mariuolo», un caso isolato. Non importa, per Lei Craxi resta un colosso di fronte al quale i «mezzi uomini e i quaquaraquà si trincerano nascondendosi dietro la legge. Ma il loro cincischiare non ci interessa, meglio ci indigna. Bisogna ricordare come Antigone che c’ è sempre una giustizia più amata della legge positiva». Tesi commovente se suggerita da Sofocle, che scriveva nel V secolo a.C., coerente in un cattolico integralista alla De Maistre, gran spregiatore delle istituzioni democratiche, ma a dir poco curiosa in bocca a un intellettuale liberale. Per un liberale «le leggi positive», cioè le leggi approvate dal Parlamento, che è l’ organo supremo di uno Stato di diritto, democratico, liberale e, appunto, parlamentare, l’istituzione che lo legittima, dovrebbero essere sacre. Invocare una giustizia superiore alla legge è dell’integralismo e del totalitarismo (c’è una superiore giustizia di classe, di razza divina eccetera) non del pensiero liberale. Dalle sue parole apprendiamo anche in qual conto un liberale dei nostri giorni tenga, oltre la legge, un altro dei capisaldi del sistema liberale: l’indipendenza della Magistratura. Lei infatti rimpiange i fastosi tempi della Prima Repubblica quando «la magistratura era docile al potere politico».
Non so se sa, egregio Professore, di dare ragione, con queste Sue spudorate ammissioni, a Marx e ai marxisti, i quali hanno sempre sostenuto che, in uno Stato democratico-borghese, liberale, il diritto positivo è una sovrastruttura truffaldina, fatta per imbrigliare e imbrogliare la povera gente, e la Magistratura un organo al servizio della classe dominante («Mi dichiaro prigioniero politico»). E se non la sapessi di sicura fede liberale penserei, egregio Professore, che Lei è una quinta colonna di Rifondazione comunista.
|