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L’intervento armato della Nato, invece di placare i dissidi, ha reso impossibile la convivenza pacifica tra albanesi e serbi
Massimo Fini da Il Borghese del: 19/03/2000 Continuano imperterrite le faide fra albanesi e serbi, o piuttosto le vendette dei primi sui secondi, in tutto il Kosovo e in particolare nella cittadina di Mitrovica dove resiste, grazie all’interposizione di un fiume più che dei soldati della Nato, una consistente enclave di serbi (in tutto ne sono rimasti circa 90 mila su 300. mila).
Dopo la marcia di metà febbraio dei 50 mila albanesi su Mitrovica, anche quel bel soggettino di Staffan De Mistura, rappresentante dell’Onu in Italia, era stato costretto ad ammettere: «Il sogno di un Kosovo.multietnico, obiettivo dichiarato della Nato durante la guerra, è sepolto per sempre» ( Corriere della Sera, 22/1 ). Il che è verissimo. Peccato che l’ineffabile De Mistura faccia finta di dimenticare che il «sogno» della Nato era una realtà, prima.
Prima dell’intervento Nato infatti il Kosovo era una provincia multietnica. C’ erano state, è vero, delle violenze sugli albanesi che, in 10 anni di tensioni, avevano provocato circa 150 vittime civili peraltro in una situazione molto particolare, con 30 mila uomini armati dell’Uck presenti sul territorio), ma la stragrande maggioranza degli albanesi e dei serbi conviveva pacificamente e in discreta armonia. E’ dopo l’intervento della Nato che questa convivenza è diventata impossibile. Che questa sarebbe stata la conseguenza della guerra in Jugoslavia noi lo abbiamo scritto tante volte. Come avevamo ammonito a diffidare delle notizie che, prima della guerra, la disinformatia americana forniva sugli eccidi in Kosovo, tali, secondo il Pentagono, da rendere necessario, inevitabile, doveroso, improcrastinabile l’ «intervento umanitario». Oggi sappiamo con certezza che quelle notizie erano una montatura. Per cinque mesi gli osservatori dell’Onu, centinaia di uomini in rappresentanza di quindici Paesi, hanno setacciato il Kosovo alla ricerca delle famigerate «fosse comuni» e non sono riusciti a trovarle. A Lubenic, un villaggio dove i serbi avrebbero sterminato 200 civili, non è stato trovato un solo cadavere. Idem nella miniera di Trepca. Scava, scava gli osservatori hanno trovato 2.108 cadaveri civili, sparsi qua e là, ma la loro morte è avvenuta dopo l’intervento della Nato. Secondo una dichiarazione del ministro della Difesa americano, William Cohen, fatta il 16 gennaio 1999, è cioè prima della guerra, gli albanesi uccisi erano 100 mila. li 17 giugno, dopo la guerra, tale cifra era scesa a 10 mila. Ma nemmeno questa si è rivelata veritiera.
Gli «eccidi» delle milizie paramilitari serbe in Kosovo sono stati quindi un pretesto per giustificare un intervento che, come scrivemmo a suo tempo, di «umanitario» non aveva nulla ma coltivava altri, meno confessabili, scopi. Alcuni sono stati candidamente rivelati, in un’intervista al Corriere della Sera dal comandante del contingente italiano in Kosovo, il generale Silvio Mazzaroli (quello che è stato poi cacciato a pedate nel culo, e giustamente, perché un militare, comunque sia, ha il dovere di star zitto). Aveva detto Mazzaroli: «Alla fine lasceremo agli altri la possibilità di una reale penetrazione economica e politica in Kosovo». Altro che «intervento umanitario». In Kosovo ci sono, per nostra stessa ammissione, delle truppe di occupazione che hanno il compito e lo scopo di far fruttare politicamente ed economicamente la loro presenza. Solo che noi italiani, questo il lamento di Mazzaroli, siamo stati così sprovveduti da farci superare, in questa missione evangelica, dagli americani, dagli inglesi, dai francesi, dai tedeschi e persino dagli spagnoli. Per la verità la nostra sprovvedutezza inizia assai prima ed è molto più grave. Noi italiani non avevamo alcun interesse ad andare nei Balcani a portare la guerra alla Jugoslavia. La Jugoslavia di Milosevic, ridotta a Serbia, Montenegro e Kosovo, era infatti un fattore di stabilizzazione dei Balcani e non il contrario come ha affermato, fino alla nausea, la propaganda americana. Il fattore destabilizzante è stato proprio l’intervento Nato. Reso impotente il gendarme Milosevic, ci sono oggi nei Balcani dei Paesi totalmente allo sbando, come il Kosovo, l’ Albania, la Macedonia, il Montenegro e la stessa Serbia. In queste «terre di nessuno», fuori ormai da ogni reale controllo, si formano e si irrobustiscono grandi organizzazioni criminali che hanno come obiettivo e terra di conquista il Paese vicino più ricco: l’Italia. Ciò che sta accadendo in Puglia, col salto di qualità del contrabbando, ne è un esempio emblematico. E vien da dire: ben ci sta. Così forse, la prossima volta, rifletteremo un momento prima di sdraiarci come sogliole davanti ai piedi degli americani e ai loro interessi.
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