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In Europa un grido si leverà: autarchia

Li chiamano «Paesi in via di sviluppo». Sono i popoli oppressi dal colonialismo dell’Occidente. Persa l’autosufficienza economica, le nazioni si immiseriscono. Una lezione utile da ricordare.

Massimo Fini da Il Borghese del: 26/11/1998
Non passerà ancora molto tempo che tornerà in auge una parola proibita, proibitissima perché mussoliniana e fascista. il suo nome è: autarchia. Già ora, per la verità, la bandiera dell’autarchia dovrebbe essere innalzata da tutti i Paesi del Terzo Mondo detti anche, beffardamente, «Paesi in via di sviluppo».,E’ fuori discussione infatti che questi Paesi si stan disintegrando a causa della integrazione col modello occidentale. li vecchio colonialismo di conquista era niente di fronte alle devastazioni provocate dall’attuale colonialismo economico. li colonialismo tradizionale infatti, avendo di mira soprattutto la conquista di territori, si limitava a rapinare ai Paesi soggiogati le materie prime, di cui peraltro gli indigeni non sapevano che fare, ma poiché teneva ben distinte le due comunità, quella dei colonizzatori e quella dei colonizzati, questi continuavano a vivere come avevano sempre vissuto, con i propri ritmi, le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria economia. li colonialismo economico (succeduto, dopo l’ultima guerra, a quello classico, dichiarato razzista e impresentabile} ha invece necessità di fare dei Paesi del Terzo Mondo dei mercati che siano funzionali alla propria produzione. Per ottenerlo deve omologare gli indigeni alla way of life occidentale, convertirli ai nostri gusti, ai nostri costumi, ai nostri bisogni, fame consumatori di Coca-Cola e di radio portatili, così sradicandoli dalla propria storia, dalle proprie tradizioni, dalla propria cultura, dal proprio habitat. E questa sarebbe già pessima cosa se a ciò non si aggiungesse che il processo di omologazione invece di contribuire in qualche modo allo sviluppo delle popolazioni del Terzo Mondo non le impoverisse ulteriormente riducendole alla miseria e, spesso, alla fame.
Quando nel 1985 scrivevo (ne «La Ragione aveva Torto?», pp. 104 e 105) che l’interdipendenza economica mondiale (allora il termine globalizzazione non era ancora in uso) aveva reso i Paesi del Terzo Mondo più poveri di quanto lo fossero mai stati, tutti, a cominciare dai liberali alla Ernesto Galli della Loggia, mi diedero la baia. Oggi il fatto è così evi- dente, e non più occultabile, che viene ammesso anche dal novantenne John Galbraith, l’autore de «La società opulenta», il campione dei campioni del liberismo economico. li fatto è molto semplice: per integrarsi nel mercato mondiale le popolazioni del Terzo Mondo abbandonano l’economia di sussistenza, su cui avevano vissuto per secoli e per millenni, ma le loro esportazioni non sono mai sufficienti a compensare il deficit alimentare che si viene così a creare. L’ Africa può essere presa a modello. Agli inizi del secolo era alimentarmente autosufficiente, nel 1961 lo era ancora al 98 per cento, nel 1971 all’89 per cento, nel 1982 al 78 per cento (dati Fao). Per capire quello che è successo dopo non servono le statistiche, basta guardare le raccapriccianti immagini che ci vengono dal Continente nero. Galbraith, dimostrando di essere invecchiato inutilmente, attribuisce il disastro alla politica, ai dittatorelli corrotti e inefficienti. Non è così. E’ proprio una questione economica legata al libero scambio internazionale. Quei Paesi non uscirebbero dalle loro condizioni disperate nemmeno se li andasse a governare Galbraith, anzi le peggiorerebbero perché quanto più scimmiottano il modello industriale e occidentale, entrando nei suoi meccanismi, tanto più ne vengono stritolati. E anche i famosi «aiuti» hanno, e per gli stessi motivi, l’effetto di far inabissare ancora di più quelle popolazioni nella miseria.
L’Africa stava molto meglio quando si aiutava da sola. Perchè era autosufficiente. Povera (secondo i nostri standard, non per i loro) ma autosufficiente. Ed è questa autosufficienza che i Paesi africani, come gli altri Paesi del Terzo Mondo, devono recuperare, se vogliono salvarsi, divincolandosi dall’abbraccio mortale della globalizzazione economica. Se non ci riusciranno (e per il momento non ci stanno nemmeno provando perché seguono il piffero del Fondo Monetario Internazionale) il futuro è rappresentato da ciò di cui ora abbiamo solo un pallido assaggio: immense masse di disperati, resi eccentrici rispetto alla propria cultura, che non esiste più, sradicati dal proprio habitat sociale, emotivo, psicologico e persino naturale, divenuti abitanti di anonime e terrificanti periferie dell’Impero, dei cui materiali di risulta vivono, passati dalla condizione di poveri a quella di miserabili, ridotti infine alla fame, perché hanno perso l’autosufficienza, si riverseranno verso il centro, cioè sugli Stati Uniti e l’Europa.
Ma autarchia e autosufficienza potrebbero diventare delle parole chiave anche in Italia e in Europa. Il capitalismo industriale si fonda infatti su una competizione feroce: e come, fra gli individui, rende ricchi i pochi .a spese dei molti, lo stesso fa con i popoli. Ci vuoI poco a essere sbattuti fuori dal Clan dei privilegiati. In questo senso l’aggancio all’Europa è per noi italiani, indubbiamente, una garanzia. E quindi più che ad un’autarchia italiana, impossibile (ci mancano innanzitutto le materie prime), io penserei a un’autarchia europea. L’ Europa ha risorse, know-how, popolazione e mercato sufficienti per fare e stare da sè realizzando un liberismo limitato, ragionevole, umano. Se poi ai giapponesi o agli americani o a qualche altro stronzo gli va di lavorare venti ore al giorno per essere sempre più competitivi, sarebbero faccende che, con un’Europa autarchica, non ci riguarderebbero. Noi non siamo giapponesi, siamo italiani, vivaddio. E oltre a produrre, a consumare e a cacare ciò che consumiamo, ci piacerebbe anche vivere.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Sviluppo tecnologico

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In Europa un grido si leverà: autarchia, Li chiamano «Paesi in via di sviluppo». Sono i popoli oppressi dal colonialismo dell’Occidente. Persa l’autosufficienza economica, le nazioni si immiseriscono. Una lezione utile da ricordare., [b]Massimo Fini da Il Borghese del: 26/11/1998[/b] Non passerà ancora molto tempo che tornerà in auge una parola proibita, proibitissima p
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