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Massimo Fini da L'Europeo del: 21/05/1993
Non trovo una sola buona ragione per l’intervento militare in Bosnia, contro i serbi. Sul Corriere (7/5) Franco Venturini parla di «tormento dell’Occidente» e scrive: «Al di là dell’ Adriatico sono in gioco i nostri valori morali calpestati ogni giorno». Sarebbero quindi impellenti imperativi morali e umanitari a costringere l’Occidente a cercare di fermare, con la guerra, una guerra che uccide ogni giorno, oltre ai combattenti, donne e bambini. Ma non è questa, non può essere questa la ragione del «tormento dell’Occidente» e, tantomeno, del suo minacciato intervento. Se fosse questa gli occidentali non avreb. bero, due anni fa, attaccato l’Irak, uccidendo, con i loro bombardamenti «chirurgici» e i missili «intelligenti», 33mila bambini e altrettante donne, per salvare l’indipendenza di uno Stato fantoccio come il Kuwait. Non è che i bambini iracheni sono meno bambini solo perché il loro scempio non è stato mostrato in Tv. Inoltre il capo di Stato maggiore italiano, Goffredo Canino, ha fatto sapere che un’operazione militare del tipo di quella che hanno in mente gli occidentali, o, meglio, il Pentagono, costerebbe non meno di mezzo milione di vite umane, da una parte e dall’altra. A quali intenti umanitari può rispondere un intervento che farebbe molti più morti di quelli che vorrebbe evitare? In realtà un intervento militare internazionale si giustifica solo, sempre che si giustifichi, in presenza di violazioni gravi ed evidenti del diritto internazionale, come avvenne col Kuwait cancellato da un giorno all’altro dalle mappe geografiche per l’aggressione di Saddam. Ma nulla di così chiaro, di così semplice, di così lineare, dal punto di vista del diritto internazionale, sta accadendo in Bosnia. Qui tre popoli, serbi, croati, musulmani, diversi per etnia, religione, cultura, divisi da rivalità ancestrali, si stanno battendo per spartirsi quel che resta della ex Jugoslavia, lottano per difendere quelle che ritengono essere le proprie terre, i propri costumi, i propri diritti. Sono motivi di conflitto reali, validi, e comunque condivisi dalla maggioranza delle tre popolazioni. E in questa lotta, certamente feroce, certamente crudele, che turba le «anime belle» dell’Occidente ormai abituate a comprendere solo le morti per incidente automobilistico, e non quelle che si consumano in nome di valori forti, i serbi bosniaci non hanno, attualmente, meno diritti degli altri contendenti, nè più torti se non quello di essersi di. mostrati più forti sul campo. Quando la Croazia e la Slovenia dichiararono la propria indipendenza da una Jugoslavia di cui non volevano più far parte, nessuno dubitò che fossero nel loro pieno diritto, il diritto alla autodeterminazione dei popoli, e che in torto fossero i serbi che glielo volevano impedire con la forza. Ma la stessa cosa si ripropone, a parti rovesciate, in Bosnia. I serbi di Bosnia non si riconoscono in uno Stato che non ha più alcuna ragione d’essere perché la decomposizione della multietnica Jugoslavia ha come conseguenza logica quella della multietnica Bosnia che, come Stato autonomo, aveva senso solo all’ intemo della prima. Perche mai i serbi di Bosnia non hanno diritto a proclamare una loro repubblica indipendente come Croazia e Slovenia proclamarono la loro? Certo sarebbe meglio, per tutti, che serbi, croati e musulmani bosniaci risolvessero le loro intricate questioni pacificamente e la comunità internazionale ha il dovere di esperire tutti i tentativi diplomatici per convincere i contendenti a smetterla di massacrarsi, ma nessuno ha diritto di intervenire in armi per alterare, a favore di una o dell’altra parte, i rapporti di forza in campo (non è colpa di nessuno, se non della storia, se i musulmani, senza un retroterra, sono i più deboli, è una realtà di cui va tenuto conto). Anche perché, come si è detto, l’intervento militare occidentale non ha ragioni nè morali nè di diritto, ma politiche come ammette lo stesso Venturini in un passo successivo: «Ma il vero oggetto del contendere è più politico che morale, è la credibilità futura dei vincitori della guerra fredda». Ora, io penso che per la «credibilità» di Clinton e degli americani non si debba spendere un solo uomo. Così come credo che, per dirimere le loro questioni, i popoli abbiano anche il diritto di farsi la guerra in santa pace, senza pelosi interventi dall’alto che poi (come il conflitto lrak-lran ha ampiamente dimostrato) finiscono per avere esiti più funesti di quelli che si volevano (o si diceva di volere) evitare e per incancrenire all’infinito le situazioni invece di risolverle. Mentre la guerra è una brutta, una bruttissima cosa, ma almeno una funzione positiva ce l’ha: quella di definire un conflitto una volta per tutte.
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