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Osannato come leader di una nuova sinistra, l’ex delfino del segretario Psi è un pessimo ministro della Giustizia. E un uomo di regime.
Massimo Fini da L'Europeo del: 18/09/1992 Non mi sembra che siano state apprezzate in tutta la loro gravità le inaudite affermazioni che il ministro della Giustizia ha fatto nei giorni scorsi a Panorama su Di Pietro e, più in generale, sull’inchiesta di Milano. Ha detto Martelli: «Credo che Craxi debba precisare meglio le sue contestazioni, ma credo anche che quando un leader politico, presidente del consiglio per tanti anni, lancia un sospetto sull’onore di un magistrato allora tocca innanzitutto al giudice accusato, a Di Pietro, che tanto si è avvalso del sostegno dell’opinione pubblica rispondere pubblicamente a Craxi».
A parte quel velenoso inciso («che tanto si è avvalso del sostegno dell’ opinione pubblica»), che la dice lunga sui reali sentimenti di Martelli nei confronti dell’inchiesta di Milano e dell’appoggio che ha avuto dai cittadini, il ministro della Giustizia dice cose che non stanno nè in cielo nè in terra. Egli inverte per Di Pietro (e solo per lui) l’onere della prova per cui non sarebbe Craxi a dover documentare (e nelle sedi competenti, non certo sull’Avanti), le sue peraltro risibili accuse, ma sarebbe innanzitutto Di Pietro a dover dimostrare la sua «innocenza». Ma cosa ancora più straordinaria, il ministro della Giustizia capovolge, in senso tolemaico, l’intero ordinamento giuridico per cui non sono più gli inquisiti a dover render conto del loro operato ai magistrati, ma sarebbero questi ultimi a dover rendere conto agli inquisiti o, quantomeno, com’è nel caso di Craxi, al capo di un partito.
Il procuratore capo della Repubblica di Milano ha replicato a questa follia giuridica imponendo ai propri sostituti di non rispondere nè alle intimidazioni di Craxi nè alle provocazioni di Martelli, un ben singolare ministro della Giustizia che invece di difendere, com’è suo dovere istituzionale, l’indipendenza della magistratura sembra stare dalla parte di coloro che cercano di soffocarla. E ha indicato al Guardasigilli l’unica via corretta che può percorrere se ritiene sul serio che l’inchiesta di Milano sia viziata da irregolarità: l’ispezione ministeriale.
Ma è molto improbabile che Martelli si risolva a questo passo. Per quanto ignorantissimo di cose giuridiche (almeno fino a quando, nel 1990, si trovò a sedere per caso sulla poltrona di Guardasigilli) Martelli è sufficientemente intelligente per capire che le accuse di Craxi sono troppo evanescenti per consentire, pur con la migliore malafede, qualche appiglio. Ed è politico troppo astuto per alienarsi, con una impopolarissima oltre che pretestuosa ispezione a Milano, quegli ambienti della sinistra che gli dimostrano simpatia. Simpatia che egli ha provveduto a incrementare facendo balenare, nella stessa intervista a Panorama, la possibilità, una volta deposto Craxi, di un’aggregazione delle forze progressiste (e che così si autodefiniscono) che, prendendo il potere, dovrebbero provvedere alla rifondazione del sistema.
Ma qui nasce una questione assai spinosa. Possono i rappresentanti dei partiti, sia pur di seconda schiera, rifondare il sistema che quegli stessi partiti hanno affossato? E possono presentarsi come moralizzatori dei politici che, pur senza essere personalmente compromessi, sono cresciuti, sguazzando, nel sistema della corruzione, tutto avallando e tutto sapendo (a cominciare proprio da Martelli che, dieci anni fa, dieci anni fa, a una mia precisa domanda rispose, con la consueta arroganza: «Non ci sarebbero corruttori se non ci fossero i corrotti»)? La logica, come nota Giorgio Bocca (Espresso, 13/9) dice di no. Ma, soprattutto, a dire di no sono le regole della democrazia.
Quando all’Est è caduto il comunismo i regimi dei vari Paesi, se si esclude la Romania, sono stati sostituiti dalle forze che a questi regimi si erano apposte con un qualche decente anticipo, non da coloro che vi avevano trafficato fino all’ultimo. E così dovrebbe avvenire anche in Italia attraverso elezioni anticipate che tengano conto di quanto è emerso dopo il 5 aprile. Anche perché non è affatto detto che i politici di seconda schiera dei vari partiti che ci hanno fatto toccare il fondo della degradazione morale e della bancarotta economica siano poi molto migliori di coloro che li hanno preceduti e amorevolmente allevati.
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