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Il triste destino di Monsieur Dodici

Una moglie, due figlie, l’impiegato Melotti non si era mai fatto coinvolgere dalle scorribande al casinò del mio amico Biondino. Tranne una volta. E così il Caso distrusse la sua vita

Massimo Fini da Il Borghese del: 17/02/1999
Nel periodo in cui fui preso dal gioco, dai diciassette ai ventisette anni, dalla morte di mio padre a quando entrai all’Avanti!, il mio compagno di poker, di casinò, di notti, di bevute e di nefandezze fu Diego B. Biondino; sottile, elegante, i tratti delicati, quasi efebici, Diego era un corruttore. Di letture precoci e solide (Proust e Mann su tutti), amico di scrittori come Comisso, Diego aveva vinto a diciotto anni un importante premio letterario giovanile e pareva avviato a una sicura carriera di scrittore. Dopo la laurea si era invece impiegato all’ Abeille e aveva abbandonato ogni ambizione letteraria. Una scelta che capii solo molti anni più tardi: il suo orgoglio luciferino gli impediva di fallire, aveva avuto paura di mettersi alla prova e così si era ritirato dal campo prima ancora di entrarvi. Col passare degli anni quella superba e capricciosa intelligenza si sarebbe spenta. Ma a quell’epoca Diego era ancora un giovane affascinante e seducente che mascherava e tamponava il suo segreto scacco esistenziale facendosi divorare da una passione che sarebbe diventata sempre più esclusiva: il gioco. All’Abeille Diego aveva come compagno di scrivania un certo Melotti, un impiegato sulla quarantina, ingrigito, sposato, due figlie già grandicelle ( «le bambine» ) , il classico mezzemaniche, che guardava con orrore, e una punta di invidia, il ragazzo per come dissipava il suo denaro e la sua giovinezza. Più volte Diego gli aveva proposto di accompagnarlo a Campione ma quello non ne aveva voluto sapere.
Una sera d’estate del ‘69 che aspettavo Diego all’uscita dall’Abeille per andare a Campione lo vidi comparire col Melotti. Lo aveva convinto: «Tua moglie e le bambine sono al mare. Prova, per una volta. Dai». Passammo da casa del Melotti, una modesta palazzina di mezza periferia, perché doveva prendere i soldi. Ridiscese con 300 mila lire, l’equivalente di un paio di stipendi. Man mano che la mia macchina divorava i chilometri dell’autostrada e ci avvicinavamo alla meta il Melotti si faceva sempre più tremebondo: «E se li perdo? Cosa dico a mia moglie?». «Basta, sei noioso», tagliò corto Diego.
Al Casinò ci dividemmo, Diego alla roulette, io allo chemin de fer e perdemmo presto di vista il Melotti. Lo rivedemmo dopo meno di mezz’ora, sudato, stralunato: aveva perso tutto alla roulette. Chiedeva, implorava un prestito. «E’ così che ci si rovina», disse Diego allungandogli 300 mila lire. Ma dopo un’altra mezz’ora eravamo da capo. Ammonendolo che erano le ultime gli demmo altre 100 mila lire, che perse in pochi minuti. Era sotto di più di mezzo milione, una cifra enorme. Melotti, pallido come un cencio, si rannicchiò su una poltrona, le ginocchia quasi in bocca, il capo stretto fra le mani ossute: «Le bambine, le bambine», mormorava. La gente intorno guardava incuriosita lo spettacolo penoso. Decidemmo di riportarlo a casa. Ma passando davanti al tavolo numero sette, dove aveva giocato tutta la sera, Melotti ebbe uno scatto, afferrò due fiches da diecimila dalle mani di Diego che stava andando al cambio e sdraiandosi sul tavolo verde le puntò sul 12. La pallina bianca, che seguiva qualche segreto disegno, si fermò sul 12. En plein.
Il croupier consegnò il malloppo di fiches a Melotti che, ebbro di gioia, non si curò nemmeno di contarle. «Che devo fare?», ci chiese. «Cambiare alla svelta e scappare», sentenziò Diego. «ti sei praticamente rifatto. Non bisogna sfidare la fortuna».
Eravamo davanti al vestiario del Casinò quando ci raggiunse, quasi correndo, un valet che mise una mano sulla spalla del Melotti: «E’ lei che poco fa ha giocato il 12 al tavolo sette?». «Sì», rispose flebilmente il Melotti, temendo che ci fosse qualche intralcio che metteva in discussione la sua vincita. «Abbia la compiacenza di seguirmi». Il valet in testa, Melotti dietro, Diego e io in coda, raggiungemmo il tavolo 7. Una montagna di fiches troneggiava sul 12. «Sono sue» disse il croupier facendo segno al Melotti.
Cosa era successo? La regola vuole che quando si fa un «pieno» il croupier, a meno di un’indicazione contraria del giocatore, lasci sul numero vincente la puntata di base. Melotti, che nulla sapeva di gioco, non aveva detto niente e il croupier d’autorità aveva trattenuto due fiches da diecimila lire sul 12 che era uscito per la seconda volta consecutiva.
Pochi giorni dopo quell’episodio cominciai a lavorare all’ Avanti! e persi i contatti con Diego e il Casinò. Ci rifeci una puntata a dicembre, da solo. Aggirandomi fra i tavoli vidi il Melotti seduto alla roulette: aveva davanti una pila di plaques, le fiches di grosso taglio. Rispose appena al mio cenno di saluto. Seppi che era diventato uno dei più forti giocatori di Campione. In pochi mesi aveva vinto ottanta milioni. Puntava solo sul 12 e le sue combinazioni. Lo chiamavano «Monsieur douze» .
La sua vita era completamente cambiata. Aveva lasciato la moglie e «le bambine», si era fatto l’amante, aveva comprato una bella casa, all’Abeille arrivava dopo mezzogiorno, ormai. La sua vita era il Casinò.
Il mio lavoro, nel frattempo, mi aveva sempre più allontanato dal gioco. Ma una sera dell’estate del ‘70, preso dagli antichi pruriti, telefonai a Diego. Quando fummo a Campione mi ricordai del Melotti e, non vedendolo, chiesi a Diego sue notizie. «Rovinato», rispose Diego, mentre un sorriso crudele gli stirava le labbra sottili. «S’è mangiato tutto, gli 80 milioni, la casa, l’amante, si è indebitato fino al collo. Non è più all’Abeille: lo hanno licenziato. Da allora non se ne sa più nulla».

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Cultura

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Il triste destino di Monsieur Dodici, Una moglie, due figlie, l’impiegato Melotti non si era mai fatto coinvolgere dalle scorribande al casinò del mio amico Biondino. Tranne una volta. E così il Caso distrusse la sua vita, [b]Massimo Fini da Il Borghese del: 17/02/1999[/b] Nel periodo in cui fui preso dal gioco, dai diciassette ai ventisette anni, dalla morte di mio pa
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