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I serbi deportano i kosovari. La Nato fa altrettanto. Mentre le iniziative umanitarie sono un grande affare. Per l’Albania. E la «torta aiuti» solletica i più diversi appetiti
Massimo Fini da Il Borghese del: 21/04/1999 Le deportazioni dei serbi sono orribili. Ma quelle della Nato e dei suoi amici sono peggio. Come una mandria in transumanza i kosovari sono stati spinti dall’esercito e dalla polizia serba fuori dalla loro terra, ma erano riusciti a portarsi dietro almeno qualche oggetto personale, qualche ricordo. Poi è scattata l’operazione di salvataggio e nel campo di Blace, dove c’erano trentamila profughi, è arrivata la polizia macedone e a manganellate li ha fatti salire sugli autobus per destinazione ignota e i disgraziati han dovuto lasciare sul terreno anche le loro povere cose, la carrozzina per il bambino, un tappeto, la sveglia, la bambola, l’album delle fotografie e persino dei soldi. Sono partiti nudi e crudi. Arrivati a destinazione, da Blace o da altri campi, sono stati caricati su aerei che partivano per la Turchia, per la Norvegia, per la Germania, per gli Stati Uniti, senza che loro ne sapessero nulla. Sotto l’incalzare dei serbi molte famiglie erano però riuscite a restare unite, i salvatori occidentali e i loro amici le hanno divise. Sugli aerei hanno subito l’umiliazione di trovare hostess e steward armati di mascherine e di guanti di gomma. I serbi li hanno trattati da nemici, i soccorritori da appestati. Fra i Paesi della Nato e i loro amici è una gran gara di solidarietà, davvero commovente. I turchi ne hanno presi un mucchio, di profughi, ma li hanno dirottati a Cipro in una zona contesa dal 1974 ai greci. Che intendano servirsene come scudi umani? Gli americani intendono ospitarne diecimila, però li portano nella base di Guantanamo che, guarda caso, sta sull’isola di Cuba. Riceverli proprio nella ricca, opulenta e grassa America, via, sarebbe troppo per dei barboni. Eppoi da dove vengono questi kosovari? Dall’Africa? Dal Congo? Non avranno mica qualche strana malattia? Meglio mettere in mezzo un braccio di mare. Forse, alla fine, riusciranno a sbolognarli a Fidel Castro. Cuba peraltro è un bellissimo posto con un regime molto più democratico di quello di Milosevic. E anche la Turchia non scherza, i kosovari potranno prendere informazioni dai loro fratelli curdi. In quanto ai Paesi balcanici, la Macedonia, la Bulgaria, sono letteralmente terrorizzati dall’invasione degli albanesi kosovari e cercano di liberarsene al più presto. Temono infatti che alterino gli equilibri etnici dei loro Stati e che là dove oggi gli albanesi sono minoranza diventino maggioranza. Ma guarda guarda, questo non era anche il problema della Serbia in Kosovo? In Italia poi c’è un affiato spontaneo, una generosissima gara di solidarietà per questi sofferenti. Purché restino dove sono, lontani, alla larga. Se arrivano qui diventano albanesi come tutti gli altri, brutti, sporchi e cattivi contro cui va usata la «tolleranza zero» del glorioso sindaco Giuliani e scatenata la polizia. Ma i peggiori sono i fratelli albanesi di Albania. Li derubano di tutto, dei medicinali, dei viveri, delle coperte, dei pannolini, delle bambole, dei succhiotti che arrivano da tutto il mondo, dal Pakistan, dalla Cina e persino dall’India dove la gente muore di fame per la strada, e se li rivendono al mercato nero. Per permettergli di accedere ai campi profughi i soldati e i poliziotti albanesi chiedono una taglia di dieci marchi. Del resto in Albania i più corrotti sono i funzionari del governo, particolarmente quelli addetti alle organizzazioni caritatevoli e di soccorso. Nel Coordinamento donatori e dogane, ufficio chiave per l’opera di soccorso, lavora, come scrive il Corriere della Sera del 7/4, un tale, amico dell’attuale premier Pandeli Majko, che è stato denunciato quattro volte per contrabbando. Tonnellate e tonnellate di aiuti non sono mai arrivate a destinazione. E quando un profugo kosovaro riesce a mettere la mano, poniamo, su un’aspirina, si può star certi che sulla bolla di consegna, compilata dopo, ne sono state segnate due o tre. Oltre agli specialisti del mercato nero, anche i medici e i farmacisti di Tirana, di Valona, di Landra si stan facendo ricchi. Il sindaco di Kukes, la cittadina del famoso campo, è stato pescato a speculare assieme al fratello, magistrato a Tirana, proprio sul terreno dove sono stati accolti i profughi. Del resto è tutta la classe dirigente albanese, unita da legami di clan ai famigerati «scafisti» e alla mafia locale, mafia essa stessa, le solite grandi famiglie che spadroneggiavano sotto Hoxha, che spadroneggiavano sotto Fatos Nano, che spadroneggiavano sotto Berisha e che spadroneggiano ora, a speculare sul dolore e la disperazione dei «fratelli» kosovari. La «torta aiuti» è troppo grossa per non solleticare i più diversi appetiti. Anche l’Alto commissariato dell’Onu per l’aiuto ai profughi, l’impronunciabile Unhcr, che come quasi tutte le organizzazioni internazionali è un elefante burocratico che serve soprattutto a pagare lauti stipendi ai suoi dipendenti, non è affatto immune da sospetti. Ha il poco raccomandabile record di avere la più alta percentuale di aiuti svaniti nel nulla. «Tutti spremono i profughi come se ci fosse ancora qualcosa da spremere», scrive sul Corriere Antonio Ferrari nella sua bella corrispondenza da Skopje. I serbi si sono comportati nei confronti dei kosovari come dei lupi, i loro «soccorritori» da sciacalli. Preferisco i lupi.
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