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Il dietrofront di Pertini dal Sud America

Massimo Fini da Domenica del Corriere del: 30/03/1985
Ci si è talmente abituati alla disinvolta informalità di Sandro Pertini che anche questa volta la stampa, con poche eccezioni, ha lasciato passare senza accenno di critica la decisione del presidente della Repubblica italiana di interrompere bruscamente il suo viaggio ufficiale in Argentina e Brasile per accorrere ai funerali di Cernenko.
Eppure, con questa sua decisione, Pertini ha dato un duro ed inutile schiaffo alle autorità argentine e brasiliane che lo avevano invitato e soprattutto ha mortificato gli italiani d’ Argentina che da mesi s’erano prodigati in preparativi per il suo arrivo e che lo avevano accolto con quell’aria di festa, con quell’amicizia, con quel calore che è proprio di chi è lontano dalla sua terra.
In quanto al Brasile, dove da tempo Pertini era stato invitato per presenziare all’insediamento di Tancredo Neves -il primo presidente civile dopo un periodo di dittatura militare- non ci ha neanche messo piede.

In questa storia non sono in gioco solo motivi di suscettibilità, di opportunità, di «galateo» diplomatico, che pur hanno il loro peso, ma anche questioni che hanno un preciso significato politico. La visita di Pertini in Sud America infatti si qualificava anche come atto di sostegno,di appoggio morale a due nazioni che hanno ripreso da poco, o da pochissimo, il difficile cammino della democrazia. E invece che fa il presidente della Repubblica italiana? Pianta in asso queste due giovani democrazie per accorrere ai funerali di Cernenko.
È vero che è convenzione che i capi di Stato partecipino a questo tipo di cerimonie formali ma non è sicuramente condivisibile la decisione di Pertini di interrompere una visita ufficiale, che poteva e doveva continuare ad onorare, e per fare un balzo di sedici mila chilometri pur d’essere presente al funerale di Cernenko e all’insediamento di Gorbaciov, esercitando così una funzione di rappresentanza che poteva benissimo essere svolta dal presidente del Consiglio.

Qualcuno ha insinuato che il comportamento di Pertini è stato tale «perché si approssimano le elezioni presidenziali italiane, nelle quali il voto comunista sarà importante, forse determinante». Noi crediamo che Sandro Pertini sia lontanissimo da calcoli così meschini. La questione è un’altra ed ha a che fare molto più col carattere dell’uomo che con la politica.
C’è infatti in Sandro Pertini una tendenza al protagonismo, a mettersi al centro d’ogni situazione, si tratti di Vermicino, della malattia e dei funerali di Berlinguer o di Cernenko, per non citare che tre dei molti casi che si potrebbero fare.
Pertini vuol essere sempre al centro dell’attenzione. Di questo protagonismo il presidente della Repubblica è responsabile solo in parte. Molto di più lo è la stampa italiana che, salvo rarissime eccezioni, al protagonismo lo ha sempre indotto e ne ha avallato sempre, con zelo e, a e vo te, con punte di straordinaria piaggeria, tutti i comportamenti, anche i più discutibili.
Con questo atteggiamento di servilismo, certa stampa non ha affatto giovato a Pertini, ma lo ha danneggiato perché le ottime qualità di quest’uomo hanno finito per essere sminuite ed offuscate da un eccesso di ostentazione. Se la stampa avesse fatto il suo dovere, non rinunciando alla sua funzione critica, avrebbe aiutato il presidente della Repubblica a svolgere meglio il suo difficile lavoro e gli avrebbe evitato qualche errore.
Così invece abbiamo un presidente che, a furia di non riceverne, è talmente refrattario alle critiche che le prende come un’offesa personale.
Del resto, spia di questo atteggiamento è anche un recente episodio capitato proprio in occasione dei funerali di Cernenko.

In una conferenza stampa, tenuta presso l’ambasciata italiana, Pertini ha affermato che il corrispondente di Il Giornale è un ottimo giornalista «e poi non ha mai detto nulla contro di me».
Cosa significa, signor presidente? Che se invece le avesse mosso qualche critica, non sarebbe più né «ottimo» né «intelligente»? Che i giornalisti si dividono in «buoni» o «cattivi» a seconda dell’atteggiamento che prendono nei confronti del presidente della Repubblica?
Io non credo che le cose possano essere messe in questi termini. Credo che fra i diritti e i doveri della stampa ci sia anche quello di criticare (naturalmente con le dovute forme compatibili con l’alta carica rappresentativa che incarna), anche il presidente della Repubblica, quando ritiene, in buona fede, di doverlo fare. Una stampa che rinuncia alla critica e che inclina alla piaggeria non fa onore a se stessa e non serve a nessuno.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Cultura

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