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Il comunismo cerca casa in Sudafrica

Se De Klerk vuole portare a termine la pacificazione del paese deve sbrigarsi. Dietro Mandela premono i «giovani turchi» estremisti e seguaci del marxismo-leninismo

Massimo Fini da L'Europeo del: 28/02/1992
Mentre il comunismo è in rotta in tutto il mondo c’è la paradossale possibilità che approdi in un paese che ne era sempre rimasto fuori: il Sud Africa. Una buona fetta della classe dirigente dell’Anc (African national congress), che dovrebbe, a breve, sostituire il potere bianco, è infatti composta da marxisti-leninisti i quali hanno già fatto sapere che avvieranno un piano di nazionalizzazioni così ampio che se non è ancora il comunismo ne è, sicuramente, l’anticamera.

Se ciò dovesse succedere sarebbe un disastro per il Sud Africa. Per due buoni motivi.
1) Il comunismo, economicamente, ha fatto bancarotta dappertutto, ma in nessun luogo in modo così devastante come in Africa australe (Mozambico, Angola), Tanto che, in piena apartheid, migliaia di neri mozambicani preferivano andare a farsi umiliare in Sud Africa piuttosto che morire di fame nel proprio paese.
2) Il Sud Africa, paese di straordinarie risorse naturali (45% della produzione mondiale di oro, 84% delle riserve di cromo, 80% di manganese, 80% di platino ed inoltre diamanti, carbone, zinco, titanio, vanadio, ferro, amianto, un vero sogno geologico), ha raggiunto un livello di benessere che non ha eguali nel continente. E questo vale per i bianchi ma anche, sia pur in misura sperequata, per i neri. Basta entrare in Soweto, che è sicuramente uno dei peggiori buchi del Sud Africa, per rendersene conto. Le case sono costruzioni di mattoni a un piano. Il tetto è di mattoni o di lamiera. Le più carine, quelle dei quartieri «ricchi», come Duba e Tipkloof, hanno una veranda e un piccolo giardino. Le strade sono asfaltate e pulite. Soweto non è il paradiso, è una città squallida e impersonale (a cominciare dal nome, una sigla: South Western Township), ma non ha niente a che vedere con le strazianti bidonville di cartone e di latta di Nairobi o di Lagos. E nemmeno, per la verità, con l’Harlem più profonda. E, per fare un altro esempio, l’educazione scolastica di base dei neri, seppur ancora largamente sfavorita rispetto ai bianchi, è più avanzata che in ogni altra parte d’ Africa.

Naturalmente tutto ciò, finora, era stato sconciato dall’ignominia dell’apartheid. Ma sarebbe grottesco se, proprio ora che l’apartheid è stata definitivamente smantellata, i neri sudafricani dovessero perdere il loro relativo benessere per l’astrattezza ideologica dei propri dirigenti. Così come sarebbe assurdo se i bianchi dovessero pagare la loro conversione all’uguaglianza (dovuta più che a ragioni di principio a motivazioni economiche perché tutti in Sud Africa si erano da tempo resi conto che, per l’ulteriore sviluppo del paese, era necessaria una robusta immissione di tecnici, di manager, di professionisti neri) con l’ingresso nel tunnel del marxismo-leninismo.

Ho la netta impressione che se De Klerk vuole portare a termine, con successo, la pacificazione del paese, debba stringere i tempi. Debba cioè chiudere i negoziati finche alla testa dell ‘ Anc ci sono ancora Mandela e alcuni uomini della «vecchia guardia». Non solo perché costoro non sono comunisti, ma perché sono antropologicamente diversi dai «giovani turchi» che premono alle loro spalle. Gli uomini della generazione di Mandela hanno infatti conservato tutta l’affabilità, la cordialità, l’allegria e, soprattutto, la moderazione del nero (che non è un violento, ma un istintivo, cosa diversa). I nuovi quadri dell’Anc sono invece composti da giovani intellettuali educati in Europa, che sono dei perfetti europei e che dell’«intellighentia» europea hanno preso tutti i vizi, a cominciare dall’estremismo. Anche perché si sono formati nell’Europa del ‘68. In fondo questi «giovani turchi» non sono meno anacronistici di quel nucleo duro di fanner afrikaner che sembrano dei contadini olandesi del ‘600 che, per uno scherzo della storia, siano stati trasportati di peso nel XX secolo. Ma nè gli uni nè gli altri rappresentano il Sud Africa d’oggi. Fra questi due radicalismi c’è infatti una maggioranza moderata, rappresentata dai sudafricani anglofoni, dagli afrikaner convertiti alla ragione, dalla borghesia e dagli operai neri, dagli Zulu di Buthelezi, che coltivano la speranza di poter convivere in un Sud Africa pacificato e prospero.

Sarebbe uno sberleffo della storia se questa speranza dovesse essere abbattuta da un’ideologia che è già scesa nel sepolcro.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Politica Estera

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