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I due volti di Leo Longanesi

Massimo Fini da Domenica del Corriere del: 30/11/1985
Come molti giornalisti sono stato anch’io un grande estimatore di Leo Longanesi. E non potrebbe essere diversamente. Longanesi è il padre del giornalismo italiano moderno, non solo perché con i suoi giornali, Omnibus soprattutto, anticipò la grande stagione del rotocalco, che è il fenomeno più peculiare nella storia della nostra stampa, ma perché, in pratica, tutta la storia del giornalismo contemporaneo si dipana attraverso i suoi allievi, Benedetti (L ‘Europeo e L ‘Espresso), Pannunzio (il Mondo), Montanelli (Il Giornale) e gli allievi dei suoi allievi, Scalfari (La Repubblica). Longanesi insomma è stato un grande caporazza.

Ma dopo la pur affettuosa biografia che gli è stata dedicata da Indro Montanelli e Marcello Staglieno (Leo Longanesi, Rizzoli editore) bisogna prendere atto che, pur restando fermo il giudizio sul talento, cambia radicalmente quello sull’uomo.
lo avevo ammirato molto, e non sono certamente il solo, anche il Longanesi uomo. Perché dalla vita, dalle opere, dai giornali, dagli scritti, dai disegni del Longanesi del dopoguerra, veniva fuori, dietro il velo dell’ironia e del sarcasmo, una grande disperazione, uno struggente tedium vitae, una propensione sotterranea alla sconfitta, ad ingaggiare «le belle battaglie perdute», una vocazione al dubbio e all’incertezza, insomma un animo indubbiamente nobile.
Ma qui c’era un equivoco. Io pensavo infatti che il Longanesi del dopoguerra, della sconfitta, non fosse nella sostanza diverso da quello dell’anteguerra, della vittoria. Ma questo, purtroppo, non è vero.

Il libro di Montanelli e Staglieno mostra, non so quanto volontariamente ma al di là di ogni possibile equivoco, che il Longanesi vincitore era molto diverso da quello sconfitto, era becero, violento, sopraffattore, sicuro di sé, opportunista, spietato con gli altri ma non con se stesso, e volgare. E il Longanesi che quando Gobetti muore in seguito alle manganellate dei fascisti scrive: «Come sono fessi questi giornalisti fascisti! È morto Piero Gobetti e tutti piangono. Coccodrilli! Prima gliene hanno dette di tutti i colori e ora accendono le candele. Per noi Gobetti rimane sempre Gobetti. La cultura, l’intelligenza, 24 anni, l’ospedale di Parigi..., ma chi se ne frega!... Che Iddio lo prenda in paradiso e basta!». Identico è l’atteggiamento nei confronti della vicenda Matteotti: «Il delitto Matteotti figurerà nella storia come un semplice delitto comune...» e poi, a didascalia d’un disegno: «Trovarono il cadavere... e la signora Matteotti ci fece un figurone...».

Nel 1931 Toscanini viene a dirigere al Teatro comunale di Bologna. I fascisti pretendono dal maestro che all’ingresso di Arpinati e Ciano suoni Giovinezza. Toscanini, «più per dignità artistica che per antifascismo» risponde seccamente di no: «Io suono soltanto musica seria». Ed ecco Longanesi, eccitatissimo, che nella redazione dell’ Italiano urla: «Gliela faccio vedere io a quel Gondrand della musica! Il Nodoso ci vuole, altro che la bacchetta!», poi, intruppato in una squadraccia di scalmanati, si reca al Teatro e con uno schiaffo dà il via al pestaggio di Toscanini (al quale, in seguito a questa vicenda, fu sequestrato il passaporto, subì una serie di persecuzioni e fu costretto ad emigrare in America).
Tutto questo fervore «rivoluzionario» ed antiborghese non impedisce a Leo Longanesi di passare le vacanze a Sankt Moritz e di farsi confezionare gli abiti da Caraceni.
C’è poi una lettera che egli scrive a Camillo Pellizzi dove consiglia l’amico, che vuole pubblicare un. libro, di dedicarlo all’onorevole Arpinati, e promette che, per convincere l’editore Bemporad, lo attaccherà sull’ Italiano e «suggerirò fra le righe di pubblicarti il libro sotto la pena di grossi guai». Insomma lo struscio, il ricatto, l’uso mafioso e più basso del potere. In questa stessa lettera Longanesi, l’ironico fustigatore dei tic, delle ipocrisie, dei perbenismi della borghesia, si riferisce alla moglie di Arpinati chiamandola untuosamente, servilmente «la Sua Signora» (un feroce libro di Longanesi si intitolerà proprio La Sua Signora, ma verrà pubblicato nel 1957).

Si dirà che allora Longanesi aveva poco più di vent’anni, ma a parte il fatto che solo in quest’epoca di giovanilismo si è affermato, chissà perché, il principio che a quell’età uno non è responsabile di quello che fa, Longanesi non aveva più vent’anni quando il 25 luglio del ‘43 si precipitò al Messaggero per scrivere un articolo di fondo inneggiante alla libertà, lui che fino al giorno prima aveva servito la dittatura e ne aveva goduto i favori. E non aveva vent’anni quando nel ‘44 si presentò a Maurizio Valenzi, a Napoli, per chiedere la tessera del Pci.
Anche la sua fronda alla dittatura si rivela, in realtà, ben poca cosa. Come è costretto a notare lo stesso Montanelli le sue ironie contro il regime, sull’ Italiano, erano così sottili e ben nascoste «che la censura non se ne accorgeva nemmeno». E comunque, nei casi più gravi, Longanesi poteva sempre correre a palazzo Chigi a chiedere il «perdono» di Mussolini. Più che di fronda si trattò di un rapporto paternalistico col capo del fascismo, dove però la figura peggiore non la fa il padre, ma il figlio.

Ma, a parte tutto questo, c’è nel Longanesi fascista un tono goliardico, profondamente intollerante, volgare, da casino (Gobetti è chiamato «jettatore, pederasta»), che sorprende se si pensa al Longanesi del dopoguerra.
Ma io credo che il vero valore di un uomo si valuti nella vittoria, non nella sconfitta. Da sconfitti è facile essere nobili. Ma non esercitare la volgarità quando si è vincitori, questo è il difficile, E Leo Longanesi non lo seppe fare.


pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Cultura

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