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Gli anticolonialisti di Stanford vogliono proibire ai neri la «Nona» di Beethoven

Massimo Fini da L'Europeo del: 05/02/1988
L’università di Stanford, una delle più quotate d’ America, si prepara a escludere dai suoi programmi Omero, Aristotele, Platone, Dante, Shakespeare e gli altri grandi protagonisti della cultura classica per sostituirli con esponenti della cultura del Terzo mondo e delle minoranze americane di colore. Lo ha deciso il Comitato dei professori e studenti dell’università perché tutti questi classici sono «razzisti, sessisti, reazionari, repressivi» e perché, come ha detto il presidente di questo comitato, Paul Seaver, «non si possono difendere scrittori divenuti simbolo negativo di esclusività culturale». Questa presa di posizione dell’università di Stanford non è improvvisa, essa si innesta sulla campagna che sta conducendo da tempo il predicatore nero Jesse Jackson, uno dei candidati democratici alla presidenza, al grido di «la cultura occidentale deve andarsene».

Mi pare che quanto sta succedendo a Stanford sia il segno di un grave disordine mentale, della specie più pericolosa perché, issando cause giuste su presupposti sbagliati, toglie loro ogni serio punto d’appoggio e rischia di farle naufragare nel ridicolo che non si meritano. Chi segue un po’ questa rubrica sa che uno dei suoi leitmotiv è proprio la critica alla pretesa totalitaria della cultura occidentale di imporsi come modello unico a tutte le altre. Ma è dall’Africa, dall’Asia, dal Medio Oriente che, semmai, la cultura occidentale «deve andarsene», non certamente da casa sua. Pretendere di sopprimere la cultura occidentale dal cuore dell’Occidente, quale è oggi l’ America, non è solo grottesco ma è anche ingiusto come lo è sempre l’estirpare una cultura, qualsiasi essa sia, dalla realtà in cui si è formata, cosa che proprio l’Occidente ha fatto non tanto in epoca coloniale quanto postcoloniale (il colonialismo d’antan aveva almeno questo di positivo: lasciava vivere le culture autoctone, si limitava a sfruttarle, non pretendeva di convertirle).

Inoltre proteggere in modo oltranzista e ottuso una cultura minoritaria quando essa è integrata con un’altra, maggioritaria o comunque più forte, si risolve in un boomerang. Un esempio ci viene dal Sud Africa. Ci fu un periodo in cui i neri di quel paese, a difesa della propria identità, non vedevano di buon occhio che nelle loro scuole si insegnasse l’inglese. I razzisti sudafricani d’allora non se lo fecero dire due volte e, sfruttando anche questo stato d’animo, emanarono il famigerato «Bantu Education Act». In seguito i neri sudafricani si resero conto che in questo modo si tagliava loro l’erba sotto i piedi perché in lingua tribale non si possono insegnare né la matematica né le scienze e in un paese come il Sud Africa dove esiste da cent’anni una forte realtà industriale, le scienze e la matematica, sia che vi comandino i bianchi che, domani, i neri, sono necessarie. Così i neri sudafricani presero a battersi per l’obbiettivo opposto (in ogni caso i neri sudafricani che non volevano che si insegnasse loro l’inglese potevano almeno coltivare la speranza di buttare a mare, un giorno o l’altro, la minoranza bianca, cosa che non credo sia nelle intenzioni e nelle possibilità dei neri americani).

Non è questione qui di culture «superiori» o «inferiori». Gli studi antropologici hanno abbondantemente dimostrato che non esistono culture «superiori» o «inferiori»: ognuna, vista dal suo interno. è ugualmente valida, ha il suo sistema di compensazioni, il suo equilibrio, la sua armonia, il suo know how. È che quando una cultura minoritaria vive integrata con un’altra (com’è il caso dei neri, dei portoricani, dei cinesi d’ America) è con questa che deve fare i conti, non può negarla o rifiutarla pena l’autoghettizzazione.

La cultura occidentale va quindi arginata non dove essa è nata e si è sviluppata. come vorrebbe l’ineffabile comitato di Stanford, ma quando pretende di imporsi ad altre culture là dove esse sono nate e si sono sviluppate. Ma che cos’è esattamente che di questa cultura va rifiutato? Sono le sue indiscriminate applicazioni mercantili, tecnologiche, industriali che pretendono di ridurre tutti i popoli a un unico modello di sviluppo e di vita sfigurandone l’identità, non certamente le sue espressioni artistiche, letterarie, filosofiche. A questo livello l’interfecondazione delle culture è sempre stata positiva. Nessun nero africano ha mai messo in pericolo la propria identità culturale leggendo Shakespeare in swahili, in bantù o in inglese. Il pericolo è la Coca-Cola e il sistema prepotente che la presuppone, non Shakespeare.

Mi sembra quindi che il comitato dell’università di Stanford, volendo cancellare dalla faccia della terra i giganti della cultura occidentale (o, per essere più precisi, della cultura europea) abbia preso una strada sbagliata oltre che ridicola. Anche un rivoluzionario integrale come Bakunin ha detto, una volta: «Tutto morirà, nulla sopravvivrà: una cosa sola rimarrà eterna, la Nona di Beethoven».

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Federalismo

Area Geografica
Europa » Italia

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