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Scalfari amava l’Urss. Feltri accusava Di Pietro. Per non parlare dell’ex comunista Ferrara, della leninista Barbara Spinelli...
Massimo Fini da Il Borghese del: 19/11/1997 L’altro giorno Eugenio Scalfari apriva così la sua predica domenicale: «Gli 80 anni della famosa e famigerata Rivoluzione d’Ottobre...». Famigerata? Ma dove? Ma da chi? Non certo da Scalfari che nel 1959 scrisse per l‘Espresso un articolo dall’esilarante e profetico titolo «La Russia ha già vinto la grande sfida» (con l’ America) e dall’ancor più esilarante contenuto dove lungi dal considerar famigerata la Rivoluzione bolscevica la riteneva grandemente benemerita anche perché aveva partorito un sistema economico che aveva battuto quello capitalista. Certo il ‘59 è lontano e da allora Scalfari ha mutato le sue idee sull‘ Urss tutte le volte che, in pompa magna, ha potuto sfondare porte spalancate: divenne antistalinista dopo il rapporto Kruscev, ammise che la Rivoluzione d’Ottobre aveva «perso la sua funzione propulsiva» dopo che lo aveva detto Berlinguer e scoprì che l’Urss era un gigante con i piedi d’argilla dopo che era crollata. Ma davanti alla Rivoluzione d’Ottobre in quanto tale, «questa grande utopia che ha dato speranza a milioni di uomini», come scrisse, ha continuato a genuflettersi e a farsi il segno della croce. E se qualcuno, fino a ieri, avesse osato definirla famigerata lo avrebbe bollato, come d’abitudine, di «fascista». Adesso che Eltsin ha ammesso che il comunismo sovietico ha fatto 85 milioni di morti, Scalfari, scavalcando tutti a destra, definisce la Rivoluzione bolscevica come nemmeno i fascisti hanno mai definita.
Naturalmente questa non è che l’ultima giravolta della «Grande Eugène» che in vita sua ne ha fatte mille senza peraltro mai azzeccarne una, sicché i suoi pelosi abbracci si sono sempre rivelati un «bacio della morte» (vedi De Mita e Berlinguer). Eppure Scalfari continua a pontificare e a essere preso sul serio. Lo stesso discorso vale per Barbara Spinelli che l’altro giorno iniziava il suo editoriale sulla Stampa dichiarando che il solo modo di celebrare la Rivoluzione d’Ottobre è ricordare le vittime, e per tutte le Barbare Spinelli che per anni, per decenni, ci han spaccato i marroni col marxismo-leninismo, e guai a contraddirle, e oggi, a babbo morto, sputano sulle tombe dei bolscevichi. Sabato 8 novembre Vittorio Feltri pubblicava sul suo Giornale la più gigantesca smentita che la storia del giornalismo italiano ricordi: occupava la «spalla» di prima e due intere pagine all’interno. Vi si dava atto che le accuse di tipo penale che Il Giornale rivolge a Di Pietro da circa due anni erano tutte infondate. Una cosa penosa e dai risvolti grotteschi. L’articolo portante, firmato da Andrea Pasqualetto, era intitolato «Dissolto il grande mistero: non c’è il tesoro di Di Pietro». Ma chi aveva mai parlato di «tesoro di Di Pietro»? Nessuno, tranne Andrea Pasqualetto e Il Giornale. I quali hanno «dissolto» un mistero che loro stessi avevano creato. Un vero scoop. Ma, a parte ciò, con quella smentita Feltri si rimangiava due anni di linea politica del Giornale, perché erano due anni che non passava giorno che il quotidiano dei Berlusconi non pubblicasse pagine e pagine di accuse penali ad Antonio Di Pietro. È come se Feltri avesse detto ai suoi lettori: per due anni non vi abbiamo raccontato altro che balle. L‘8 novembre è stato l’8 settembre del Giornale. Pier Ferdinando Casini non perde occasione per rivendicare, con orgoglio, il suo passato democristiano. Ciò è molto onesto e anche coraggioso. Peccato che significhi che Casini è responsabile, pro quota, delle malefatte e dei disastri della Prima Repubblica, a principiare dai due milioni e mezzo di miliardi di debito pubblico che ci ritroviamo sul gobbo. Ma se qualcuno chiedesse a Casini di trarne le conseguenze risponderebbe: «Non ci penso proprio». Giuliano Ferrara è stato comunista quando i comunisti erano stalinisti, socialista quando i socialisti erano ladri, e ora è un «malandrino» di Forza Italia quando, con tutta evidenza, è proprio la «malandrinaggine» di questa Destra che fa la forza dell‘Ulivo. Ma ciò non impedisce a Ferrara di dar bacchettate politiche, morali e d’ogni altro tipo a manca e, soprattutto, a destra. Il fatto è che in Italia è venuto meno il principio di responsabilità. Chi sbaglia non paga. Mai. Anzi viene premiato. È il caso dei sessantottini che volevano fare la Rivoluzione. In altri e più onesti tempi, non essendoci riusciti, sarebbero stati passati per le armi. Invece, in Italia, uno è relatore della Bicamerale, l’altro portavoce dei Verdi, l’altro direttore di giornale. Questo clima di irresponsabilità generale riverbera anche, e in modo molto evidente, nelle vicende penali. Si ammette il reato ma non si accetta la pena. Ecco quindi la richiesta di amnistia per i ladri di Tangentopoli e di grazia per Sofri. È un’orgia, molto cattolica, di richieste di perdoni, di confessioni, di mea culpa, di pentimenti. Si è disposti ad ammettere ogni responsabilità. Purché sia premiata con l’irresponsabilità.
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