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Giustizia lumaca, cassiamo la Cassazione

Gli anglosassoni usano un diritto di tipo romano: pragmatico e veloce. Noi quello bizantino: complesso e inservibile. Che aiuta solo i colpevoli.

Massimo Fini da Il Borghese del: 03/06/1998
E’ bastato che Gianfranco Fini e Pietro Folena, per una volta sulla stessa lunghezza d’onda, avanzassero timidamente la proposta di ridurre a due i gradi di giudizio, per cercare di snellire almeno un poco un processo che in Italia ha una durata media di otto anni, perché i garantisti in servizio permanente effettivo si mettessero ad urlare che in tal modo si intaccano i diritti inalienabili del cittadino. Peccato che i tre gradi di giudizio (che esistono solo da noi) facciano parte di quel genere di garanzie che lede i diritti degli innocenti mentre rappresenta una manna per i colpevoli. L’abolizione del giudizio di Cassazione (o di quello intermedio dell’Appello) sarebbe infatti un primo, piccolo passo verso quella riduzione dei tempi del processo che è il vero problema della giustizia italiana (altro che la separazione delle carriere, una diversa composizione del Csm e le altre marginalità di cui si sta occupando la Bicamerale) da cui tutti gli altri derivano, a cominciare dalla lunghezza della custodia cautelare e dalla tutela della reputazione del cittadino coinvolto a qualsiasi titolo in un procedimento penale.
In materia di custodia cautelare è dall’inizio dei Settanta, dall’epoca del «caso Valpreda» (in galera, senza processo, da quattro anni), che noi non facciamo altro che alzare o abbassare i termini della carcerazione preventiva senza cavare un ragno dal buco. Perché se è iniquo e intollerabile tenere preventivamente in galera per anni dei cittadini che possono risultare innocenti, altrettanto iniquo è dover scarcerare dei delinquenti certi per scadenza dei termini. Le disfunzioni della custodia cautelare derivano dal fatto che abbiamo preteso, come il calmiere di manzoniana memoria, di agire sugli effetti e non sulla causa, che è la durata del processo. E’ chiaro infatti che se, come avviene in Gran Bretagna quando c’è un imputato detenuto, l’istruttoria dura mediamente un mese, la questione è risolta in re ipsa: la custodia cautelare non potrà durare, mediamente, più di un mese. Ora, farsi un mese di galera innocenti è certamente un trauma ma non è la distruzione di una vita come avviene da noi dove la custodia cautelare può arrivare ai nove anni. Tanto più che all’istruttoria segue immediatamente il dibattimento pubblico e la sentenza per cui l’imputato, se innocente, si vede restituiti l’onore e la reputazione in tempi ragionevoli, cioè umani.
Lo stesso riflesso si ha sulla tutela della reputazione dell’imputato durante l’istruttoria. Se le istruttorie sono rapide, si può ottenere dalla stampa, con leggi severissime come in Inghilterra, il rispetto del segreto istruttorio. Ma se le istruttorie durano anni come da noi ciò si tradurrebbe in un inammissibile bavaglio alla libertà di stampa. Si può chiedere alla stampa il silenzio per un mese, non per anni. Inoltre proprio il fatto che si sa che la sentenza definitiva arriverà dopo anni induce l’opinione pubblica, non potendo aspettare i tempi biblici della nostra giustizia, ad anticipare il giudizio e proprio nella fase iniziale e delicatissima della raccolta delle prove quando nessuna certezza ci può essere sulla colpevolezza o l’innocenza dell’indagato.
La lunghezza del processo italiano rispetto a quello anglosassone ha origini storiche e culturali. Il mondo anglosassone ha preso dal diritto romano (lo trovate persino a Ceylon), un diritto contadino, pragmatico, veloce e sbrigativo che sacrifica all’esigenza della rapidità un margine di errore. Perché i latini sapevano che una giustizia che arriva tardi è sempre denegata giustizia. Noi invece abbiamo preso dal diritto bizantino, quello di Gaio e di Giustiniano, che è una superba cattedrale, formalmente perfetta, che con la sua serie infinita di pesi e contrappesi, di misure e contromisure, di verifiche e controverifiche, di controlli e controlli sui controlli, non ammette l’errore. Peccato che sia inservibile, perché la sentenza non arriva mai o comunque non arriva in tempo utile, umano. A parte che la pretesa luciferina di eliminare l’errore si rivela fallace perché a distanza di anni i testimoni non ricordano o sono morti, le carte sono ingiallite e indecifrabili, i corpi di reato spariti.

Il diritto bizantino (e mai aggettivazione fu più appropriata) è penetrato profondamente nei nostri codici che, per quanto sbraitino gli improvvisati garantisti di stagione, soffrono di un eccesso di garanzie e non del contrario. Infinite sono le nullità, invalidità, le eccezioni formali, i ricorsi, i controricorsi; le revisioni, la possibilità di giocare sulla competenza per territorio, per materia e per funzione. E tutto ciò spalmato su tre gradi di giudizio. Tali lungaggini giocano contro l’imputato innocente, il suo ovvio interesse è di essere giudicato il più presto possibile, e favoriscono il colpevole il cui interesse, altrettanto ovvio, è di non essere giudicato mai o comunque di tirar l’elastico finché giunga la prescrizione. Ecco perché quando gli strumentali neogarantisti di oggi si oppongono anche al più piccolo passo verso lo snellimento del nostro processo, di puro buon senso, quale sarebbe l’abolizione di un grado di giudizio (che tra l’altro ci allineerebbe agli standard europei) solo apparentemente e demagogicamente difendono i diritti dell’imputato, in realtà condannano l’innocente a non aver mai giustizia e sottraggono il colpevole alle sue responsabilità. Che è esattamente ciò che vogliono.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Diritto

Area Geografica
Europa » Italia

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