|
Chi violerà il segreto degli atti di indagine rischierà la galera e un’ammenda. È giusto. Non è giusto invece che a causa delle querele i cronisti «scomodi» rimangano senza una lira.
Massimo Fini da Il Borghese del: 04/02/1999 La Camera ha approvato quasi all’unanimità una proposta di legge che punisce con l’arresto fino a 30 giorni e con ammenda da 30 a 50 milioni il giornalista che pubblichi atti coperti dal segreto istruttorio. Checché ne pensi il nostro sindacato si tratta di una legge giusta. Non possiamo dire ogni giorno che è uno sconcio che gli indagati vengano processati in piazza prima ancora che si arrivi al dibattimento eppoi opporci a una legge, che, precisando finalmente i limiti del segreto istruttorio, vuole appunto tutelare l’onorabilità dei soggetti che, a qualsiasi titolo, sono coinvolti in un procedimento penale nella delicata fase preliminare.
Sul piano delle sanzioni ai giornalisti il problema è tutto un altro, e più che la nuova legge riguarda la diffamazione a mezzo stampa. Per due motivi. Perché con la nuova legge il giornalista sa benissimo quali sono gli atti che non può pubblicare e quindi, se lo fa, si espone consapevolmente alle conseguenze, mentre i limiti della diffamazione sono sempre incerti e opinabili. In secondo luogo le richieste delle persone che si ritengono offese da un articolo vanno ben oltre il massimale di 50 milioni fissato dalla nuova legge. Dunque, dal dopoguerra esiste un gentlemen agreement con gli Editori per cui il giornalista si assume, com’è ovvio, le conseguenze penali personali di una diffamazione (in galera ci va lui), ma la parte civile, cioè il risarcimento del danno, è a carico dell’Azienda. E si capisce facilmente perché. Se il giornale mi commissiona un’inchiesta delicata o un commento spinoso io posso essere disposto a rischiare anche un mese di galera, ma non posso espormi a risarcimenti che mi portano via intere annate di stipendi: perché lavorerei gratis. Però da Mani pulite in poi molte cose sono cambiate. In passato chi voleva difendere il proprio onore querelava penalmente «con facoltà di prova». Ma quelli erano altri tempi, tempi di galantuomini. Oggi, in luogo della querela, si propone un’azione civile di risarcimento danni. E la differenza è sostanziale. Infatti nel penale, dove ciò che importa è l’accertamento della veridicità dei fatti, il Tribunale ha ampia facoltà di indagine e il giornalista un’adeguata possibilità di difesa; nel civile, dove si tende essenzialmente ad accertare il danno, questa attività di indagine e di difesa è molto più ristretta. Da qui la valanga di azioni di risarcimento danno che in questi anni si è abbattuta sui giornalisti. E le Aziende editoriali hanno cominciato a tirare indietro il piedino. Il problema si pone soprattutto per coloro che lavorano in giornali piccoli e periclitanti. Se questi falliscono i giornalisti si trovano esposti in prima persona. E le somme richieste sono esorbitanti. Facciamo il mio caso: l’onorevole Previti mi ha chiesto 10 miliardi, poi altri tre e tre Berlusconi Paolo. Questo per l’Indipendente, società fallita. Raffaele Fiengo e l’ onorevole Parenti mi hanno chiesto tre e due miliardi per articoli sul Borghese. Evidentemente in un Paese di ladri si è convinti che tutti abbiano rubato, per chiedere queste cifre. Ma chi lavora onestamente non può diventar ricco: perde troppo tempo a lavorare. I giornalisti poi hanno guadagni modesti. Cioè noi abbiamo responsabilità da brivido e stipendi da ragioniere. E chi sono poi i giornalisti, almeno quelli di un certo nome, che finiscono nei giornali piccoli e periclitanti? Quelli scomodi. E di costoro al sindacato non potrebbe fregar di meno. Invece qualcosa bisogna fare se non vogliamo ridurci al giornalismo da lavanda. Si potrebbe, per esempio, istituire un Fondo che surroghi economicamente il giornalista non tutelato da aziende che hanno chiuso. Si obietta che ciò equivarrebbe a dare un’illimitata licenza di uccidere. E’ vero. Ma si potrebbe ovviare facendo come nel calcio: alla seconda o terza condanna intervenuta in un certo arco di tempo scatta il cartellino rosso e il giornalista perde il diritto alla manleva.
Qualcosa si potrebbe fare anche sul piano legislativo. Attualmente l’entità del danno è commisurata all’importanza, in genere economica, della persona offesa. Bisognerebbe combinare questo criterio con quello di una certa proporzione anche con le capacità economiche di chi ha diffamato. Col sistema attuale c’è infatti una sperequazione classista: il ricco può diffamare il povero impunemente, tanto non gli costa quasi nulla, mentre il signor Rossi non si può permettere altrettanto pena la rovina totale. In ogni caso, restando così le cose, il giornalista va incontro, per quelle che in fondo non sono che parole, a pene, di fatto, più severe di quelle di un rapinatore e persino di un assassino. Facciamo ancora il mio caso. Basta che io perda anche una sola delle cause, per la somma che è stata richiesta, e sono rovinato, vuol dire che ho lavorato trent’anni per nulla. Mentre se faccio una rapinetta, dopo tre anni sono fuori e con tutti i miei soldi in tasca.
Ma c’è ancora qualcosa. Molti di noi vengono perseguiti civilmente per articoli basati sulle inchieste e le condanne di questi anni. Ma se fanno l’amnistia, quelle inchieste e quelle condanne verranno annullate. E una cosa è difendersi da un signore che ha preso sei anni di galera o dallo stesso signore che, amnistiato, risulta incensurato. Dice: ma se amnistiano i tangentisti amnistiano anche voi. No, perché il civile non contempla l’amnistia. E già vedo come andrà a finire questa lunga stagione di Tangentopoli. I ladri tutti fuori, con le tasche zeppe dei quattrini che hanno rubato anche a me, e io, magari per aver assimilato Tiziana Parenti a una gallina becchettante, sulla strada a chiedere l’elemosina. Sarà l’ultima beffa.
|