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Condanne senza appello per 3500 miliardi. Avvocati deferiti all’Ordine per aver difeso un cronista. E io d’ora in poi vi parlerò solo di filologia.
Massimo Fini da Libero settimanale del: 01/01/2000 Cari lettori, come ho preannunciato la scorsa settimana, dopo essere stato condannato da un giudice di Roma a pagare all’avvocato romano nonché onorevole della Repubblica, Cesare Previti, trenta milioni che mi toccherà sborsare di tasca mia, non scriverò più di viventi, e non in termini elogiativi. Almeno fino a quando il nostro sindacato, il nostro Ordine, ma soprattutto i giornalisti in prima persona e, in particolare, i direttori dei grandi quotidiani e dei grandi settimanali non si saranno svegliati dal torpore che sembra averli presi, rassegnati a far a parte della carne di porco. Deboli belati E’ in atto infatti, da tempo, un attacco inaudito alla libertà di stampa senza che dai primi interessati, cioè i giornalisti, si levi qualcosa di più di un vagito o di un belato. E, come dice il proverbio, chi si fa pecora il lupo lo mangia. Secondo una stima ufficiale ammontano a 3.500 miliardi le richieste di danni, per via penale più spesso civile, avanzate nei confronti dei giornalisti. Ma si tratta di una stima largamente deficitaria, sia perché è stata fatta attraverso una ricerca sommaria, sia perché le aziende editoriali sono restie a fornire questi dati. Si tratta, per lo più, di cause civili, dove i diritti della difesa le garanzie dell’imputato, cioè del giornalista, sono di fatto inesistenti altro che («giusto processo»), proposte dai protagonisti di Tangentopoli, sia i presunti corrotti e corruttori, spesso corrotti e corruttori notori e pluricondannati, sia magistrati che si sono sentiti diffamati da chi difendeva i tangentisti. Un paio di anni fa il Parlamento ha approvato, alla chetichella, una legge secondo la quale sono inappellabili le sentenze che condannano i giornalisti quando la pena sia solo pecuniaria. Per cui il giornalista italiano è l’unico cittadino del mondo occidentale, e forse anche orientale, che può essere condannato senza appello. Il discorso sarebbe lunghissimo ma non voglio qui ripeterlo, perché l’ho già fatto, del tutto inutilmente, su questo giornale, sul Tempo, sui quotidiani del gruppo Monti e anche comprando, a spese mie, una intera pagina del Foglio. Prima dell’epinicio Per avere un’idea del clima basti pensare che due avvocati civilisti, del Foro di Milano, Gilberto Vitale e Silvia Raniati, sono stati deferiti al rispettivo Ordine per aver difeso con convinzione e virulenza eccessive il giornalista Gianni Barbacetto, chiamato in giudizio dal missino Giulio Caradonna per un articolo scritto per l’Europeo, ora defunto, a metà degli anni Novanta. In Italia cioè si può difendere, come è giusto, Pacciani, Poggiolini, la De Maria, De Lorenzo, Dell’Utri, Berruti, Previti, Berlusconi, Curcio, Fioravanti, la Mambro, Toni Negri, Sofri, Pietrostefani, Bompressi, Mario Chiesa, Andreotti, Vitalone, Cirino Pomicino (alcuni di questi possono anzi improvvisarsi editorialisti di primari fogli nazionali per meriti penali), ma se ci si azzarda a difendere come avvocato, cioè facendo quello che è, fino a prova contraria, il proprio mestiere, un giornalista come Gianni Barbacetto, persona professionalmente e moralmente ineccepibile, allora sono cazzi acidi. D’ora in poi parlerò quindi dei viventi solo per elogiarli. Ma poiché non sono ancora pronto a tessere l’epinicio dell’onorevole Previti e dell’onorevole Berlusconi (aspetto che il Cavaliere, con le prossime elezioni, controlli l’intero apparato televisivo, oltre che il quinto o sesto quotidiano italiano, il più diffuso settimanale, la più grande casa editrice e, via Veronica, il Foglio e magari, attraverso l’ex socio Dalai, anche la risorta Unità, dichiarandosi, nel contempo, vittima del «regime»), per ora vi parlerò solo di morti, defunti da parecchio tempo. Un’area abbastanza priva di rischi (ma non si sa mai) mi sembra quella della cultura greca (classica). Vi parlerò di Eschilo, di Sofocle, di Euripide, del certamen fra Omero ed Esiodo, di Tucidide, dei presocratici, di Eraclito e di Parmenide. Berlusconi ubermensch Ma per introdurvi in questo mondo affascinante vi parlerò prima di Friedrich Ritschl, di Ulrich von Willamevitz-Moellendorf, di Jacob Wackernagel. Chi sono costoro? Ma via, lettore, sono filologi tedeschi dell’Ottocento, fondamentali per capire il mondo greco. E quando vi sarete sufficientemente palestrati passeremo a Nietzsche che, per la comprensione del mondo classico, oltre che per infinite e più importanti cose, li supera di una ventina di spanne. E con Nietzsche possiamo andare avanti per anni, aspettando che, nel frattempo, il giornalismo defunga definitivamente e rimanga solo lui, Silvio Berlusconi, il semidio, il superuomo o, per rimanere in tema, l’ubermensch.
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