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Giocare alla guerra è peggio che farla

I «war games» americani nel Golfo sono ipocriti sogni pseudoumanitari

Massimo Fini da L'Europeo del: 08/02/1991
Anche se il primo monumento di questa guerra non è stato eretto in onore di un uomo ma di un missile, il Patriot (cosa già di per sè sinistra), il conflitto del Golfo segna, paradossalmente, una sconfitta, o quanto meno un ridimensionamento, della tecnologia, delle sue capacità.

La prima ad essere sconfitta è la tecnologia televisiva che poi è il fulcro dell’intero sistema, in pace e in guerra. Nonostante tutte le sue pretese di darci la «guerra in diretta», la tv non solo non è stata in grado di restituircene la sensazione, ma si è dimostrata inabile a cogliere il filo degli avvenimenti e ha finito per accrescere la già generale confusione. Lo ha ammesso lo stesso Bush: «È una guerra confusa e spezzettata», ha detto, «della quale i telespettatori sanno esattamente quanto il comandante supremo». Cioè niente o quasi.

È vero che non è mai stato facile descrivere, rendere e capire una guerra o una battaglia, nemmeno per i giornalisti della carta stampata. Durante la prima guerra mondiale le corrispondenze di Luigi Barzini, il più famoso giornalista dell’epoca, venivano chiamate sprezzantemente dai soldati «barzinate» tanto lontane apparivano dalla realtà. Però, in generale, la parola scritta, il fatto che, vivaddio, non venga trasmessa «in tempo reale», consente un distacco, una possibilità di riflessione e quindi una capacità di comprensione che la televisione non ha e non dà. Accanto all’esempio negativo di Barzini se ne potrebbero perciò fare molti altri positivi a cominciare dalle corrispondenze di Curzio Malaparte dal fronte russo durante la seconda guerra mondiale. «Fu grazie ai suoi articoli», mi disse una volta Davide Lajolo, «che noi comunisti, pur reclusi in galera, capimmo che, nonostante l’offensiva tedesca fosse nel pieno, la Germania aveva cominciato a perdere la guerra».

Il meglio che è riuscita a combinare la nostra televisione è stato di prestarsi a trasmettere l’indegno show delle «interviste» fatte dagli iracheni ai piloti catturati fra cui l’italiano Cocciolone. E non si capisce veramente che cosa ci stia a fare la censura militare, così puntigliosa nell’occultare, a volte fino al ridicolo, anche il più piccolo dettaglio tecnico, se ha permesso la trasmissione di quelle immagini che sono una vergogna e uno scandalo. Perche non solo a Saddam Hussein, ma a nessuno deve essere consentito, trincerandosi dietro «il sacro diritto-dovere di informare», di far spettacolo dell’umiliazione di un ragazzo, di un soldato italiano che, oltretutto, si trova nella situazione in cui si trova perché ce lo abbiamo mandato noi, in difesa dei nostri interessi.

La Tv, quindi, ha fatto solo confusione e danni. Ma la principale sconfitta di questo conflitto è proprio la guerra tecnologica con i suoi chip, con i suoi aerei invisibili, con i suoi missili «intelligenti». Ci sono state ventimila incursioni di F117, di F111 e di altri strepitosi aviogetti che hanno scaricato decine di migliaia di tonnellate di esplosivo, ma l’Irak è ancora lì. Gli americani continuano a ripetere, trionfanti: «La nostra superiorità aerea è ormai completa». ma non si capisce che cosa voglia dire dato che Saddam Hussein questa superiorità non l’ha mai contrastata evitando, astutamente, il combattimento.

I missili «intelligenti» si sono fatti buggerare da carri armati giocattolo, da finte rampe di lancio, da Scud di cartone, da aerei di plastica, da disegni di fortificazioni e di truppe, da «trompe I’oeil»,e par che siano bastati dei modesti teloni o dei ponti per occultare. anche agli acutissimi occhi dei super radar, le armi e gli uomini veri. Saddam ha mandato in tilt la supertecnologia americana con dei trucchi da circo. E secondo i sovietici li alleati hanno mancato il 90% degli obiettivi.

Si dice che questo è il prezzo da pagare alla guerra «pulita», «chirurgica», fatta per risparmiare il più possibile le vite umane, proprie e altrui. C’è qui tutta l’ipocrisia degli americani, i quali vogliono fare la guerra senza aver l’aria di farla. Vogliono fare la guerra, ma non vogliono fare dei morti e, ancor meno, averne. Il loro ideale è un gigantesco «war game» dove evoluiscano e siano impegnati solo i loro costosi giocattoli (i propri e quelli che vendono agli altri). Questa non è la guerra, ma la sua sinistra parodia. In guerra si espongono i propri uomini e li si manda a combattere e ad uccidere altri uomini. Questo è l’unico modo pulito ed onesto di fare la guerra. Perchè con questI giochetti elettronici, con queste operazioni «chirurgiche», con questi missili «intelligenti». non si fa altro che prolungare il conflitto con rischio di dover contare, alla fine, più vittime e più danni di quelli che ci sarebbero stati in uno scontro duro, violento, ma necessariamente breve, sul terreno oltre che nei cieli. Per di più, prima o poi, a questo scontro si dovrà pur arrivare. Perchè, grazie a dio, le guerre le vincono ancora gli uomini e non le macchine.

La guerra delle Falkland, combattuta a colpi di Exocet, di radar, di apparecchiature sofisticatissime, fu vinta alla fine dagli inglesi perché un tenente britannico. Herbert Jones, dopo giorni che i due schieramenti si fronteggiavano in condizioni di stallo, uscì allo scoperto con una granata in mano, lasciandoci la pelle ma dando ai suoi uomini lo slancio necessario per travolgere gli avversari nella battaglia decisiva di Goose Green.
Gli americani tirino fuori i loro Herbert Jones, se ce li hanno, e la smettano di giocare alla guerra che è qualcosa di peggio della guerra stessa.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Politica Estera

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