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Massimo Fini da Il Tempo del: 05/01/2001 Con questa vicenda dei proiettili all'uranio impoverito spero che la sia fatta finita, una volta per tutte, con la farsa ipocrita delle " missioni umanitarie ". Io ho scritto un libro, nel 1989, quindi in tempi non sospetti, che si intitola Elogio della guerra e non sono contro la guerra . Penso, come tutti, che si debba fare il possibile per evitarla, ma che ci sono casi in cui è necessaria, per difendere il proprio territorio, la propria identità e i propri interessi vitali quando sono veramente tali. Però bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Per il Golfo, nel 1992, si parlò di " missione di politica internazionale ". Era una guerra. Legittima perché uno stato sovrano, il Kuwait, era stato aggredito e spazzato via dalle carte geografiche e la comunità internazionale aveva tutto il diritto di difendersi. E infatti quella guerra ebbe l'avvallo della ONU. Discutibile, molto discutibile, è invece il modo in cui fu condotta. Per non affrontare sul campo fin da subito lo stracciatissimo esercito iracheno, che era stato battuto perfino dai curdi ( in quel frangente Saddam era stato salvato dalla Turchia complice nel genocidio di quel popolo orgoglioso), le forze alleate, ma si può tranquillamente dire gli americani che avevano, come sempre, il comando delle operazioni, bombardarono per 55 giorni la popolosa capitale dell'Iraq uccidendo con i " missili intelligenti " e le " bombe chirurgiche " 32.195 bambini, 39.612 donne, 86.164 civili uomini (dati del Pentagono). Inoltre anche in Iraq c'erano ragioni legittime per fare la guerra e nessuno disse che erano umanitarie. Ma non c'era alcuna legittimità per intervenire né in Kosovo né in Bosnia . Il Kosovo era una questione interna dello stato iugoslavo che si trovava a dover fronteggiare, sul proprio territorio, 30 mila guerriglieri in armi, autori, come sempre nelle lotte partigiane, di attentati e atti terroristici. In Bosnia e c'erano tre popoli che, dopo il disfacimento della vecchia Jugoslavia titina, si battevano a loro volta per ottime ragioni (territoriali e di difesa della propria identità religiosa ed etnica) cercando di ritrovare, con la lotta sul campo, l'equilibrio perduto e che non era colpa di nessuno se questo nuovo equilibrio parlava a sfavore dei musulmani bosniaci che, a differenza dei croati bosniaci e dei serbi bosniaci, non avevano alle spalle una madrepatria. Poiché non c'è nessuna legittima ragione di intervenire in questi conflitti, di impedire ai popoli di esercitare l'elementare diritto di farsi la guerra in santa pace, senza pelose supervisioni, gli americani inventarono " l'ingerenza umanitaria ", una cosa inaudita (nel senso letterale di mai udita prima) nel diritto internazionale di tutti i tempi. Ma che c'è di " umanitario " in interventi come quelli realizzati in Bosnia e in Kosovo? Adesso noi stiamo a preoccuparci giustamente dei nostri soldati contaminati e uccisi e del materiale inquinante che è stato sicuramente scaricato in Adriatico (e dove mai sennò?), ma se i militari che sono stati sul posto per un periodo limitato, e prendendo probabilmente qualche precauzione (gli avranno pur detto qualcosa), si sono ammalati, che cos'è successo ai civili bosniaci, siano essi musulmani, croati e serbi, e a quelli kosovari e jugoslavi, che su quelle terre ci vivono e ci devono continuare a vivere? Che intervento " umanitario " è quello che mette a repentaglio prima ancora dei militari nemici (il potenziale bellico della Jugoslavia, anche questo è documentato, è rimasto pressoché intatto), proprio quei civili che si dice di voler difendere? Che intervento " umanitario " è quello che, come è stato per i bombardamenti su Belgrado e altre città jugoslave uccide cinquemila civili cioè 25 volte di più delle vittime fatte della repressione di Milosevic prima dell'arrivo della Nato? Che intervento " umanitario " è quello che in Bosnia, in forza di bombardamenti disseminati, ha provocato, come ha scritto ieri sul Corriere della Sera Massimo Nava, uno dei pochi giornalisti a tenere un atteggiamento equilibrato sulle guerre della Nato (ed è voce autorevolissima perché stava sul campo), queste conseguenze: " Inquinamenti su tutto l'asse del Danubio, scorie di industrie chimiche distrutte, residui tossici, scarichi di raffinerie incendiate, fuoriuscita di gas e combustibile che hanno pesantemente compromesso l'aria che i terreni agricoli con conseguenze sicuramente molto gravi per la salute dei cittadini "? È meglio questo intervento " umanitario " o le guerre, che a questo punto ci viene la tentazione di chiamare ecologiche, che serbi, croati e musulmani bosniaci e serbi e kosovari si combattevano a colpi di Kalashnikov e di coltello? Se davvero le intenzioni della Nato avessero avuto qualcosa di " umanitario " la sola forma di intervento possibile era quella di terra, con i soldati sul campo che avrebbero permesso di dividere i contendenti a ragion veduta e non sparando nel mucchio e con armi chimiche che nemmeno Hitler, lo ripeto, ebbe l’ardire di usare e che perlomeno non aveva l'ipocrisia di mascherare le sue folli aggressioni dietro a un qualche neo umanesimo. Ma noi occidentali vogliamo fare le guerre, pardon gli " interventi umanitari ", senza correre il rischio di perdere nemmeno una goccia del nostro sangue (per questo agiamo solo con bombardamenti dall'alto e per questo diventano indispensabili i proiettili all'uranio). Il discorso vale, a maggior ragione, per i militari italiani che, dopo aver fornito le basi, avevano l'ordine di non entrare in territorio nemico, per non farsi la bua (e così adesso, per un tragico contrappasso, muoiono di tumore invece per un colpo d'arma da fuoco) . Ma se non si ha il coraggio di rischiare il proprio sangue, allora si rinuncia a fare le " anime belle ", e si rinuncia a fare gli " umanitari ". Si sta a casa. Non ho mai visto una guerra, pardon una " ingerenza umanitaria ", così vigliacca come quella della Nato in Jugoslavia. Quando il ministro della difesa, Sergio Mattarella, per giustificare i disastri che abbiamo provocato in Kosovo, e che adesso ci ritornano addosso, afferma che se la Nato non fosse intervenuta ci sarebbero stati due milioni di profughi kosovari dice una falsità. In Kosovo, prima dell'intervento della Nato c'erano stati due stragi di civili da parte delle Milizie paramilitari serbe che avevano fatto meno di duecento vittime. E anche dopo l'intervento Nato, quando lo scontro fra serbi e albanesi si era fatto, proprio a causa di quell'intervento, selvaggio, le vittime civili, secondo gli accertamenti della commissione internazionale mandata sul posto, sono state conteggiate in poco più di 2 mila (2018 per l'esattezza). E proprio quello che avviene oggi in Palestina davanti ai nostri occhi senza che nessuno si sogni di proporre un intervento " umanitario ", ci dice quanto difficile sia, nelle guerre di guerriglia, risparmiare i civili. Perché spesso i civili sono i realtà dei combattenti o dei fiancheggiatori. In Palestina come in Kosovo. In ogni modo, per tornare a Mattarella, in Kosovo, prima dell'intervento Nato, non era in atto alcun esodo, né biblico né di tono minore perché la Jugoslavia di Milosevic consideravo gli albanesi kosovari, come è ovvio per uno stato sovrano che controlli un territorio, suoi cittadini anche se di serie B e proprio questo, insieme alle istanze indipendentiste , era il motivo dello scontro fra serbi e albanesi . L'esodo si è avuto solo dopo l'intervento della Nato, nel parapiglia della guerra. Questo per dovere di verità e non certo per simpatia verso Slobodan Milosevic e la sua cricca. Adesso si preoccupano, interpellano e si indignano tutti, sinistra e destra, maggioranza e opposizione, il presidente Ciampi e persino i radicali che furono i più assatanati sostenitori di quelle guerre sciagurate ma, stando al loro linguaggio, " non violente " (" gli stupri etnici! Gli stupri etnici! " Strillava Emma Bonino saltando da una tivù all'altra e richiedendo gli immediati bombardamenti quando tutti sapevano, e lei, Commissario europeo, più di altri, che in Kosovo si sarebbero usati proiettili all'uranio e adesso la vestale -io ascolto radio radicale, ottima- pubblicamente tace). Ma, a parte qualche rara eccezione, fra cui c'è Il Tempo, che non può essere certo considerato un giornale filo comunista, quella guerra la vollero tutti, sinistra e destra, maggioranza e opposizione. E sarebbe forse opportuno che oggi queste " anime umanitarie ", oltre a indignarsi, o fingere di farlo, si facessero anche un bell'esame di coscienza.
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