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E’ finito anche il paese delle mamme

Massimo Fini da L'Europeo del: 23/08/1993
Secondo il rapporto «sullo Stato della popolazione mondiale» pubblicato dal- l’Onu, l’Italia è scesa all’ultimo posto come tasso di fertilità. La natalità italiana è infatti di 1,3 figli per donna, un record assoluto che stacca Paesi notoriamente poco fertili come la Germania, l’Austria (1,5), la Francia (1,2) e che comunque è lontanissimo da quel 2 che, come ovvio, è il minimo necessario per rimpiazzare i morti con i nuovi nati e mantenere inalterata la popolazione di un Paese.
Qualcuno potrebbe pensare che è un buon segno: non si dice infatti spesso che siamo troppi, in un Paese che, oltretutto, è, per buona parte, occupato da montagne? Invece è un segno pessimo, che dice pessime cose sul nostro presente e ne annuncia di peggiori per il futuro. Non tanto perché fa definitivamente giustizia dei miti della mamma italiana e del Paese del «sole, del mandolino e dell’amore». Per rendersi conto che quell’Italia «povera ma bella» è stata inghiottita e distrutta da un altro mito, quello del progresso industriale, con tutti i suoi corollari, non c’è bisogno delle statistiche, basta passare per Napoli e vedervi quel sole, quel pallido e terribile sole, perennemente aureolato e offuscato dalla caligine, che non ha più niente a che fare con «o sole mio», così come il tratto di costa che va da Posillipo a Sorrento, sconciato da un affastellamento ininterrotto di falansteri frammischiati a capannoni, a fabbriche, a materiali di risulta del processo industriale, non ha più niente a che fare con quello che era noto come «il golfo più bello del mondo».
Il segnale è pessimo anche per altri motivi. Andando avanti di questo passo, anzi di questo tasso (l’Italia è attestata intorno all’1,3 da tre anni) i vecchi diventeranno molto più numerosi dei giovani. Il che ha alcuni riflessi economici e sociali. Sulle pensioni, per esempio. Si possono fare tre scenari. O il peso dei vecchi verrà caricato sui giovani e allora questi dovranno rassegnarsi alla vita grama di chi si porta dietro una enorme palla al piede. O i vecchi dovranno mettersi, o rimettersi, a lavorare. Oppure, c’è l’ipotesi più probabile, i vecchi avranno pensioni ridicole, parodistiche, da fame. Prospettiva inquietante per tutti, ma soprattutto per quelli della mia generazione ai quali, dopo aver pagato le pensioni-baby, le finte invalidità, le finte vecchiaie, le casse integrazioni, le ruberie dei politici, i truffoni dei Calvi, dei Sindona, dei Raul Gardini, non verrà restituito il favore e si troveranno, al momento del dunque, col sedere per terra.
Ma, a parte questo, un Paese di vecchi è un Paese triste. «Una società formata prevalentemente da vecchi, mi sembra una prospettiva orribile», diceva lo psicologo Cesare Musatti. E quando lo diceva aveva più di novant’anni. Si afferma che i giovani italiani figliano poco perché fanno già fatica a sposarsi, a trovare una casa, un lavoro (anzi due, perché oggi senza due stipendi una famiglia non vive) per potersi permettere di sfamare qualche bocca aggiuntiva. E questo ci dice in quali trappole ci abbia fatto cascare il cosiddetto progresso industriale. Oggi siamo colmi di beni superflui, ma abbiamo difficoltà ad avere quelli essenziali, quelli che anche il più misero contadino dell’ancien regime possedeva: la casa e, appunto e soprattutto, i figli. Perchè, da che mondo è mondo, la più grande ricchezza, affettiva, emotiva, sentimentale, di una donna e di un uomo sono stati i figli. Noi siamo ricchi di hi-fi, ma poveri di figli.
Ma io credo che la nostra renitenza a figliare non dipenda solo da gretti calcoli economici, quanto da una mancanza di fiducia verso il futuro. Noi non facciamo figli perché oscuramente sentiamo che li immettiamo in un mondo che, sotto lo scintillio dell’opulenza, è un mondo di merda.
E non per nulla la denatalità è un fenomeno che colpisce tutti i Paesi industrializzati. Ma colpisce l’ltalia più degli altri. Perche? Perche l’ltalia è il Paese che più ha avuto da perdere dallo sviluppo industriale. Se non altro dal punto di vista dell’habitat. Se infatti lo sconciamento di Paesi come la Gran Bretagna o la Germania ha un peso relativo, perché erano già brutti per conto loro, in Italia la devastazione portata dal modello industriale è stata decisiva. Perche l’ltalia era il «giardino d’Europa», il Paese del sole, del mare, della natura, delle sue meravigliose città d’arte. Tutto ciò è stato assassinato e il delitto consumato sulla nostra terra non ha potuto non incidere anche sull’umore dei suoi abitanti. Oggi gli italiani son della gente triste, micragnosa, così avara di se e sfiduciata da non osare nemmeno più far figli. Un tempo eravamo certamente più poveri, forse nemmeno belli, ma molto più felici.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
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