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Dottor Scalfari, ripassi il Diritto

Massimo Fini da L'Indipendente del: 10/09/1994

Eugenio Scalfari per difendere la legittimità dell‘iniziativa di Di Pietro e degli altri magistrati del “pool” di Milano ha affermato, in un editoriale comparso sulla Repubblica di mercoledì, che “la libertà di pensiero e di parola è garantita a tutti”. Benissimo. Ma allora non si capisce perché lo stesso Scalfari, in un altro editoriale di non più di due settimane fa, abbia duramente attaccato la presidente della Camera, lrene Pivetti, accusandola di violare la Costituzione per aver detto quello che ha detto sull’ aborto e sull’ origine delle leggi. La Pivetti non aveva emanato sentenze, non aveva emesso decreti o leggi, si era limitata ad esprimere alcune sue convinzioni. E allora perché la presidente della Camera no e i magistrati di Milano sì ?
La giusta posizione di questi due editoriali del direttore della Repubblica, che si sono succeduti a distanza non di cinque anni o di tre o di uno; e nemmeno di mesi, ma di giorni, pantografa, per così dire, la totale malafede di Eugenio Scalfari, disposto a manipolare i principi secondo convenienza, per cui ciò che vale per gli amici non vale per i nemici. Scalfari attacca Giuliano Ferrara per il suo cinismo intellettuale e non si rende conto, o meglio fa finta, che ne è, sul versante di sinistra (si fa per dire) l’ esatto contraltare: sono due mascalzoni della parola (con la differenza, a tutto favore di Ferrara, che quest’ultimo, almeno, non se l’ è mai data da moralista).

Per parte nostra abbiamo considerato inaccettabili, dal punto di vista istituzionale, sia le “esternazioni” (o, quantomeno, alcune di esse) della Pivetti, per la quale pur nutriamo molta stima, sia la recente iniziativa di Di Pietro, per il quale abbiamo altrettanta stima e, in più, molta riconoscenza. Infatti non è per niente vero, come sostiene Scalfari Due contraddicendo Scalfari Uno, che la libertà di manifestare pubblicamente il proprio pensiero è garantita a tutti nello stesso modo. Ci sono alcuni soggetti i quali, per le cariche istituzionali che ricoprono, incontrano nell’ esercizio di questa fondamentale libertà dei limiti che invece gli altri cittadini non hanno. E questi limiti derivano, esplicitamente o implicitamente, dalla nostra Costituzione. Io, per esempio, sono libero di dire che detesto Forza ltalia e Silvio Berlusconi, il presidente della Repubblica no perché verrebbe meno al ruolo di arbitro imparziale fra le forze politiche che la Costituzione gli attribuisce. Ugualmente incontrano dei limiti alla libera manifestazione del pensiero i rappresentanti del governo, della magistratura e, nel suo complesso, lo stesso Parlamento che pur è la più alta e sovrana delle Istituzioni perché rappresenta direttamente il popolo.

Tali limiti dipendono dal fatto che la Costituzione statuisce la più assoluta e reciproca autonomia dei tre fondamentali poteri dello Stato: esecutivo, legislativo, giudiziario. È ovvio che l’esecutivo non può emanare sentenze o riformare quelle della magistratura. Ma l’autonomia di ogni singolo potere è garantita anche contro ingerenze meno plateali e che riguardano appunto la sfera della manifestazione del pensiero. Così il capo del governo o il Parlamento nel suo complesso non possono censurare pubblicamente una sentenza della magistratura perché ciò concreterebbe una intimidazione o quantomeno un condizionamento dei magistrati che sullo stesso fatto devono giudicare in appello o in Cassazione o di quegli altri che, eventualmente, dovessero occuparsi di una materia analoga. Allo stesso modo i magistrati non possono presentare progetti di legge -come lo stesso procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ha imprudentemente definito il “pacchetto“ di Di Pietro- perché ciò comporta un condizionamento del Parlamento, che è l ‘unico organo deputato alla emanazione delle norme, da parte di un altro potere dello Stato. Scalfari si chiede retoricamente: “ Se noi di Repubblica oggi invitassimo i cittadini a mandarci le loro firme a sostegno della proposta del pool di Milano... saremmo fuori dalla Costituzione, eserciteremmo una pressione indebita sul Parlamento?”. Certamente che no. Ma una cosa è una iniziativa referendaria -che tra l’altro può avere solo valore abrogativo- firmata da cinquecentomila cittadini, altra è un progetto di legge firmato da cinque magistrati (o da dieci o da uno) che, scavalcando ogni istituto referendario, si pone direttamente all’attenzione del Parlamento e del governo e in concorrenza con essi, concretando una iniziativa politica da cui la magistratura e i singoli magistrati sono, per definizione costituzionale, esclusi. Qui la confusione fra due poteri dello Stato, che dovrebbero essere rigidamente separati e autonomi, è evidente. Scalfari, che accusa tutti di tartufismo, non può essere così Gran Tartufo da non cogliere la differenza sostanziale fra le due ipotesi.
Eugenio Scalfari poi, in quello stesso articolo, monta tutto un suo teorema secondo il quale Forza Italia, a differenza della Lega e di Alleanza nazionale, avrebbe particolari motivi per temere il “decreto Di Pietro”.

Forza Italia non vorrebbe l’inasprimento delle pene “per reati non ancora noti” (così si esprime Scalfari ) perché teme che sotto questa più dura mannaia cadano i dirigenti Fininvest che abbiano sganciato tangenti ma che non siano stati ancora scoperti. Peccato che il teorema di Scalfari si basi su un presupposto completamente falso. Nel nostro ordinamento, come in qualsiasi altro ordinamento civile, vale il principio della irretroattività della legge penale che può cedere il passo solo nel caso che fra due leggi successive la posteriore sia più favorevole al reo (principio della retroattività della legge più favorevole). Se Eugenio Scalfari non lo sa apra la prima pagina del Codice Penale (è facile, ci può arrivare anche lui) e legga il terzo comma dell’articolo 2 che recita: “Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo “, Mai e poi mai quindi chi venisse scoperto autore di reati di corruzione o concussione “non ancora noti” (e perciò, se la lingua italiana ha un senso, commessi in passato) potrebbe essere giudicato secondo le norme più severe del “decreto Di Pietro” o di qualsiasi altra legge che stabilisse pene più dure. Costui dovrebbe essere giudicato secondo le leggi vigenti all’epoca in cui i fatti furono commessi.

Egregio dottor Scalfari, che dà ogni giorno lezioni a tutti su tutto, che bacchetta a destra e a manca, che si arrotonda ciceronianamente la bocca con la Repubblica, le Istituzioni, la Costituzione, lei dovrebbe, forse, ripassarsi un po‘ di diritto che, oltre a costituire materia obbligatoria per gli esami di giornalismo, è alla base delle Istituzioni.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Diritto

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