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Massimo Fini da L'Indipendente del: 27/03/1994 Dopo il collasso dell’Unione Sovietica e del suo sistema di satelliti, in alcuni Paesi dell’Est, come la Romania e la Bulgaria, i partiti che avevano fin lì governato hanno cambiato nome, si sono dati una riverniciatina, hanno allontanato gli elementi più compromessi del vecchio regime, e poi si sono ripresentati tranquillamente in pista, come nulla rosse stato. È esattamente quanto è accaduto in Italia negli ultimi due anni. E io credo che le elezioni del 1994 saranno ricordate in futuro come la più colossale operazione di trasformismo mai attuata nel nostro Paese che pur del trasformismo politico è, con Depretis (1882), l’inventore e al quale ha dato anche il nome. C’è infatti in giro quasi tutta roba vecchia, ma che si presenta come novissima.
Il caso più clamoroso è quello del Pds. Che è tre volte vecchio. Perche è l’erede diretto di quel comunismo che ha fatto bancarotta in tutto il mondo ma che, per uno dei paradossi tipici della storia italiana, ritrova da noi un fiato nazionale proprio nel momento del suo crollo internazionale. Perchè, fingendo di star all’opposizione (e per alcuni lunghi periodi senza nemmeno fingere), ha governato, insieme alla Democrazia Cristiana e al Psi, il nostro Paese negli ultimi vent’anni (questo è il famoso consociativismo). È anche grazie al Pci-Pds,che ha sempre spinto e spesso costretto i governi ad ogni forma di spesa demagogica, e al suo sindacato, la Cgil, che ha difeso qualunque fancazzista, se ora ci troviamo sul collo quell’enorme debito di quasi due milioni di miliardi che qualcuno dovrà pur pagare (noi). Infine il Pds è vecchio perché è l’unico partito, che abbia avuto responsabilità nell’antico regime, a non aver nemmeno cambiato segretario politico. Gli uomini che oggi guidano il Pds sono gli stessi che han guidato il Pci negli ultimi dieci anni.
Seconda viene Forza Italia di Silvio Berlusconi. Ora, il Cavaliere è sicuramente un uomo abile, con tutta probabilità meno coinvolto di altri in Tangentopoli, ma è un dato storico non contestabile che egli abbia fatto la sua fortuna di imprenditore, prima edilizio e poi televisivo, negli anni più bui del vecchio regime e in virtù di inevitabili compromissioni con esso. Che pretenda di presentarsi come nuovo è ridicolo. È come se Pirelli o Agnelli, dopo il crollo del fascismo, avessero ambìto alla guida politica del Paese.
Segue il Ppi. Dice di rifarsi nientemeno che al Partito Popolare di Don Sturzo, ma ognuno vede che si tratta della vecchia, cara, molle, immarcescibile, ambigua, ipocrita Democrazia Cristiana con tutti i suoi notori vizi e, anche, perché no?, qualcuna delle sue virtù (perlomeno fa meno chiasso degli altri). E la Dc, per quanto riverniciata da Ppi, è l’emblema stesso del vecchio regime. Quale patetica appendice a questo Ppi-Dc ci sono i Pattisti il cui leader Mario Segni è ricordato solo, oltre che come uno dei promotori di quel fallimentare sistema maggioritario che stiamo sperimentando, per essere figlio di un altro Segni, Antonio, capatàz democristiano pure lui e già presidente della Repubblica in forte odor di golpismo.
Ecco poi Alleanza Nazionale. Fino non a dieci anni fa, ma tre mesi fa si chiamava Msi e si rifaceva ad un altro Cavaliere, Benito Mussolini. Certo l’Msi è stato ai margini del vecchio regime, ma ha avuto parecchio a che fare con quello precedente, che non era migliore. Considerare Alleanza Nazionale come nuova, anzi novissima, riesce difficile, perlomeno a quegli italiani che son di buona memoria. “Aemu za daetu” come dicono a Genova dove son bravi a tenere i conti, anche quelli più antichi.
Trotta, da ultimo, Ad, l’ Alleanza Democratica dell’ectoplasma Ferdinando Adornato. Come nome, anche lei, è nuova, peccato che sia un parto, per fortuna settimino, di Eugenio Scalfari e della Repubblica, quel giornale-partito, come lo chiamavano i socialisti, che da vent’anni fa il bello e il cattivo tempo in Italia. Anzi Scalfari, dopo l’inabissamento di Giulio Andreotti, può essere legittimamente considerato l’uomo politico italiano più longevo, davvero un fulgido esempio di nuovo. Ma che fine hanno fatto i “nuovi” veri, quelli che diedero la spallata al vecchio regime ? Se la passano male. La Lega, accerchiata, demonizzata, criminalizzata, maledetta, è stata alla fine infiltrata ed innocuizzata da Silvio Berlusconi che adesso medita anche di comprarne gli elementi migliori com’è uso fare nel calcio. Le previsioni dicono che prenderà una batosta. Del resto tutti paiono essersi dimenticati che furono i leghisti ad abbattere I’ancièn regime, preferiscono attribuire l’evento al maggioritario, a Segni, ad Occhetto, a Scalfari o, quando son proprio generosi, all’attività dei magistrati dimenticandosi che fu una conseguenza del leghismo e non viceversa.
Pure la Rete, che può essere considerata al Sud un fenomeno parallelo a quello della Lega al Nord, perché anch’essa è nata per combattere il cancro politico-clientelare-mafioso che corrodeva l’intero Paese ma che nel Meridione era, ed è, aggravato dall’uso sistematico della lupara, pure la Rete, dicevo, non gode di quella buona salute che forse meriterebbe. Al Sud il suo ruolo le è stato rapidamente scippato daII’Msi, pardon da Alleanza Nazionale. Insomma Lega e Rete, i veri “nuovi” hanno scosso l’albero, ma altri, vecchi, vecchissimi o addirittura decrepiti, si apprestano a raccoglierne i frutti.
Del resto pare che nella Storia vada sempre a finire così. Fu Trotzskij che fece la Rivoluzione d’ottobre, il protagonista assoluto dei “dieci giorni che sconvolsero il mondo” (Lenin se ne stava inguattato, nascosto sotto una parrucca bionda, alla Stazione di Finlandia), ma fu Iosif Vissarionovic Giugashvili, in arte Stalin, a prendere il potere e a tenerlo per trent’anni. Amen.
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