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Il peggior nazionalismo è quello che non sa di essere tale. Ma crede di avere una missione universale. Come gli Stati Uniti.
Massimo Fini da Il Borghese del: 24/06/1999 Nell’editoriale del Corriere della Sera del 13/6 Ernesto Galli della Loggia, prendendo spunto dal blitz ei paracadutisti russi a Pristina, scrive: «La principale eredità ideologica che il comunismo ha lasciato all’Europa è il nazionalismo, ovvero il bisogno i affermare la propria identità etnico-culturale contro gli altri, di dimostrare che a dispetto di tutto essa è superiore e potente, il bisogno di esaltarsi per le sue supposte missioni storiche». La tesi di della Loggia è che il nazionalismo russo e di Milosevic dipende dal oro comunismo, passato o presente, mentre le democrazie liberali ne sarebbero immuni. È una tesi avanzata qualche tempo fa anche dall’onorevole Silvio Berlusconi. Non si capisce se costoro lo sono o ci fanno. Passi per Berlusconi, che è un uomo politico e ha un certo qual diritto alla propaganda, ma il professor ella Loggia è uno storico e avrebbe almeno il dovere di conoscere la storia. Lp Stato-nazione, e quindi il nazionalismo, nasce liberale. Nell’Ottocento le più importanti guerre europee furono combattute dalle democrazie liberali. La guerra’ 14-‘ 18 fu voluta dalle borghesie europee che, corrose dalla noia esistenziale, la sponsorizzarono con uno straordinario entusiasmo nazionalistico anche se poi a combattere e a farsi massacrare furono mandati i fanti-contadini che della Nazione nulla sapevano come, per quel che riguarda l’Italia, è splendidamente raccontato ne I Malavoglia di Verga. Il marxismo, per contro, a differenza dello Stato liberale, non è ideologicamente nazionalista ma internazionalista (l’internazionalismo proletario). L’Unione Sovietica è stata il più grande impero multietnico del mondo e ancor oggi in Russia convivono più di cento nazionalità. È stato il marxista Tito a tener insieme le popolazioni jugoslave mentre quando nei Balcani, sfasciatasi la Jugoslavia comunista, si è affacciata, in Croazia e in Slovenia, la liberaldemocrazia, sono esplosi gli odii etnici che non sono responsabilità del solo Milosevic. Ma, a parte tutto questo, se la Russia è nazionalista perché, dopo aver subito senza reagire una guerra che non condivideva, ha fatto la corsa per Pristina, che dire allora dell’America? Chi è oggi che vuoI «dimostrarsi superiore e potente», chi è oggi che ha «bisogno di esaltarsi per le sue supposte missioni storiche»? Cos’ è, se non nazionalismo, questo voler dominare e controllare ogni angolo della terra? Chi è che oggi si sente investito della «missione storica» di convertire, con le buone o con le cattive, il mondo intero al modello americano? Chi, se non gli Stati Uniti, ha fatto della guerra in Jugoslavia una questione di «faccia», di prestigio e quindi di orgoglio nazionale? Ma Galli della Loggia, che ha scritto una Lettera agli amici americani, è mai stato in America o ha degli Stati Uniti solo una visione onirica? Se c’è un popolo che, nella diversità delle razze e delle provenienze, è tenuto insieme dal sentimento della propria potenza e dall’ orgoglio nazionale, questo è il popolo americano. Una volta a New York mi trovavo da Finnegan, un locale dove un gruppo di americani di origine irlandese festeggiava due compatrioti che partivano per l’Irlanda per arruolarsi nell’Ira. Dopo un paio d’ ore di infiammati discorsi terroristici, al momento del congedo dei due tutti i presenti si alzarono in piedi e si misero a cantare. Che cosa? L’inno irlandese? No, l’inno nazionale americano. Tutti i nazionalismi sono pericolosi, ma il più pericoloso di tutti è il nazionalismo che non ha coscienza d’essere tale e che si crede investito di una missione internazionale, Com’ è quello americano di cui il paggio della Loggia dà conto scrivendo che col nazionalismo il dilemma è se rispondere col «compromesso, la comprensione, con l’offrirgli qualche spazio sperando nella sua finale conversione alla ragionevolezza, oppure fargli capire subito, e nel modo più chiaro, che fra esso e la democrazia non può esserci, prima o poi, che la lotta più aspra», E così conclude: «Ed è chiaro, fin troppo chiaro, quale risposta la storia del Novecento dovrebbe consigliare di dare». Insomma «una, dieci, cento Jugoslavie» al posto di «uno, dieci, cento Vietnam», Contro l’ipotetico pericolo del nazionalismo altrui le democrazie liberali e pacifiste dell’Occidente, incoraggiate dalla scoperta che, grazie alla loro superiorità tecnologica, possono fare la guerra senza perdere un solo uomo, si preparano a mettere a ferro e fuoco il pianeta, E viene l’atroce dubbio che avesse ragione Benito Mussolini quando si scagliava, con arroventati discorsi, contro le «demoplutocrazie dell’Occidente».
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