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C’era una volta un Paese in cui i potenti si garantirono la totale impunità. Con l’aiuto di stampa e intellettuali. Prima di disintegrarsi.
Massimo Fini da Il Borghese del: 07/01/1998 Che cosa scriveranno gli storici quando dovranno occuparsi dell’ultimo decennio del Novecento in Italia? Scriveranno che nel biennio ‘92-94 la magistratura, per la prima volta dopo 50 anni di Repubblica, osò mettere sotto inchiesta la classe dirigente e cittadini «eccellenti» e scoprì una vastissima e sistematica corruzione, organizzata con i metodi intimidatori e ricattatori del racket, che aveva totalmente inquinato il gioco democratico, creato colossali ricchezze personali, impoverito il Paese gravato da un impressionante debito pubblico nonostante una pressione fiscale esosa e iniqua. Scriveranno che il Potere, dopo un primo momento di sconcerto, reagì con tutte le armi a disposizione e nel giro di pochi anni riuscì a ribaltare la situazione facendo passare i criminali per vittime e i giudici per criminali. Che l’obiettivo fu ottenuto anche con l’apporto dei mass media e degli intellettuali italiani, eterni azzeccagarbugli al servizio del privilegio, per cui furono chiamati «garantisti» coloro che si schieravano dalla parte dei potenti malfattori e «giustizialisti» coloro che chiedevano il rispetto della prima di tutte le garanzie: che fosse punito chi aveva violato la legge. Ogni argomento, anche il più capzioso e ridicolo, fu utilizzato. Di fronte a truffe che, complessivamente, ammontavano a circa 350 mila miliardi si disse che i magistrati che le avevano scoperte non erano abilitati moralmente a perseguire perché uno di essi, sulle decine impegnati nelle indagini, aveva ricevuto prestiti senza interesse per 200 milioni. Si disse che le inchieste non erano valide perché non avevano raggiunto tutti i corrotti e corruttori ma solo alcuni di essi. Oppure che i magistrati erano colpevoli di non aver agito prima e quindi non avevano autorità per farlo nemmeno in seguito. Si sottaceva che quelli che ci avevano provato erano stati intimiditi, trasferiti, puniti e che contro uno di essi era stato organizzato un attentato dinamitardo che aveva ucciso una madre e i suoi due bambini. Si disse che i magistrati torturavano gli indagati arrestandoli senza prove e rilasciandoli solo dopo che avevano confessato, cosa che peraltro avveniva, in genere, quasi subito. In altri casi si disse, all’opposto, che l’intento persecutorio era reso evidente dal fatto che i magistrati chiedevano l’arresto preventivo avendo già in mano le prove. Improvvisamente parlamentari, intellettuali e giornalisti, che per decenni si erano completamente disinteressati dei problemi della giustizia e che non si erano accorti che per il cittadino comune c’erano carcerazioni preventive che duravano anni, scoprirono l’infamia di arresti preventivi di qualche giorno o di qualche settimana. Nacque la «questione giustizia» che non riguardava, come qualcuno potrebbe pensare, la diffusa attività criminale che era stata scoperta, ma i giudici che avevano cercato di perseguirla. Nella campagna di delegittimazione della magistratura si distinsero le televisioni e i giornali di un grande imprenditore, inquisito per reati gravi e gravissimi, che, grazie alle ricchezze e al potere accumulati, era diventato un importante uomo politico raggiungendo la carica di Presidente del Consiglio e sistemandosi, dopo un rovescio elettorale, a capo dell’opposizione. Dagli schermi dei network i magistrati venivano chiamati «assassini» e «golpisti». Nonostante fosse padrone di metà del sistema informativo italiano questo politico-imprenditore dichiarava di essere vittima, oltre che di un complotto giudiziario, della faziosità della stampa. Golia pretendeva la parte di Davide. Alla fine destra e sinistra politica trovarono un accordo e col pretesto di modificare una Costituzione invecchiata vararono nuove norme sull’ordinamento giudiziario per mettere sotto controllo i pubblici ministeri in modo che inchieste come Mani Pulite (così erano state chiamate, nell’ingenuo slancio iniziale, quando il popolo italiano aveva realmente creduto alla possibilità di un rinnovamento, le indagini sulla corruzione politica, amministrativa, imprenditoriale) non potessero ripetersi più e la magistratura tornasse ad occuparsi dei ladri di polli. La promulgazione della nuova Carta Costituzionale, che venne a coincidere con la fine del Millennio e il Giubileo di una Chiesa che, come sempre, si era schierata dalla parte del Potere, fu un’ottima occasione per un’amnistia che sanava tutti i reati di corruzione e finanziari. Moriva la Repubblica «nata dalla Resistenza», sostituita da quella fondata su un patto criminale. I magistrati protagonisti di Mani Pulite ebbero destini diversi. Qualcuno andò in pensione, un paio si dimisero, i più chinarono la testa. Uno abbracciò la carriera politica, peraltro con scarsa fortuna. Gli italiani, confusi, avviliti, rassegnati, accettarono la restaurazione, chiamata «ritorno alla normalità», cioè alla impunità per la classe dirigente. Del resto non è improbabile che a molti di loro, forse la maggioranza, non dispiacesse di ritornare all’antica condizione di servaggio che consentiva però a ciascuno nell’illegalità generale di coltivare la propria, quel «particulare», per dirla con Guicciardini, che è nei geni di questo non-popolo. Si andò avanti così fino a quando i noti avvenimenti interni e internazionali degli almi Venti non cancellarono l’Italia come Stato nazionale. Ma questa è la storia del prossimo capitolo.
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