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Da Presidente insultava parlamentari. Minacciava partiti. Giocava ai soldatini. Da senatore ha dato spettacolo con l'Udr. Da dimenticare.
Massimo Fini da Il Borghese del: 18/03/1998 E ora vogliamo sperare che dell'onorevole Francesco Cossiga non si parli mai più. Non si sa se considerare la sua pretesa di rappresentare e di guidare «il nuovo» più grottesca o più patetica. Se la Democrazia Cristiana è il simbolo del vecchio regime, di cui per quasi mezzo secolo ha tenuto le briglie, Cossiga ne è una sua degna espressione. Della Prima Repubblica, all' ombra della Dc, sul cui cadavere ha poi sputato, come Cicerone sputò su quello di Cesare dopo averlo adulato, Cossiga ha percorso tutto il cursus honorum: ministro degli Interni, Presidente del Consiglio, Capo dello Stato. Ciò significa che Cossiga, pro quota (ma la sua è una quota rilevante), è responsabile politicamente delle nefandezze della corruzione dell'antico regime oltre che di quei 2 milioni di miliardi di debiti, e passa, che oggi gravano sui cittadini. Sarebbe dovuto bastar questo per convincere Cossiga che la cosa migliore che un minimo di pudore consigliava era farsi dimenticare. E invece l'onorevole Cossiga ha continuato ad evoluire nella politica italiana con gran spocchia e arroganza, come se nulla fosse stato e, quel che è peggio, trovando anche chi gli dava ascolto, naturalmente a destra. A giustificazione delle resurrezioni di questa vecchia ciabatta della vecchia politica si è sempre portato che Cossiga, in quanto «picconatore», ha contribuito alla nascita del «nuovo». Si tratta di un equivoco così macroscopico che si fa fatica a comprendere come possa essere nato. Se c'è qualcosa che Cossiga, da Presidente della Repubblica, «picconò» questo è proprio «il nuovo» che agli inizi degli anni '90 timidamente si affacciava: la Lega (definita «criminale» alla vigilia di una tornata amministrativa) e la Rete di Leoluca Orlando, vale a dire il tentativo del Sud di svincolarsi dalla mafia. In compenso Cossiga appoggiò sempre il peggio del peggio del «vecchio», il Psi, e ciò sino alla fine del suo mandato quando già le inchieste di Milano avevano reso evidente quale associazione a delinquere fosse diventata la classe dirigente socialista. Mi ricordo che qualche mese prima che rimettesse il mandato Cossiga, piccato per le violente critiche che, dalle colonne dell'Europeo, gli rivolgevo per le sue continue «esternazioni», mi scrisse una lunga lettera in cui mi spiegava le sue ragioni e mi invitava ad andarlo a trovare al Quirinale. Benché io abbia in sospetto questo tipo di captatio benevolentiae (capitò anche con Pertini) accettai l'invito, per dovere di cortesia e per curiosità. Di quella visita rammento pochissimo salvo che il Presidente mi fece vedere certi suoi reggimenti di soldatini, che teneva su un tavolo. Del colloquio ricordo ancora meno, solo che a un certo punto gli chiesi perché appoggiasse i socialisti. «Oh bella, perché loro appoggiano me» fu la risposta, che mi sconcertò perché io pensavo, e penso (santa ingenuità) che un Capo dello Stato debba agire in conformità degli interessi della Nazione e non di quelli suoi personali. Per il resto l'attività di Cossiga da Presidente della Repubblica si caratterizzò, negli ultimi due anni del mandato, in una devastante opera di delegittimazione di tutte le Istituzioni a cominciare da quella che ricopriva. Cossiga arrivò a minacciare una comica e anticostituzionale «autosospensione». Infinite e pesantissime le violazioni dei suoi doveri di imparzialità, prendendo partito, a garbo suo, ora per questa ora per quella forza politica, le interferenze nell'attività del governo, le aggressioni al Parlamento definito «un'accozzaglia di zombie e di superzombie» (altro che Gherardo Colombo); inauditi e di una volgarità senza precedenti gli attacchi a singoli parlamentari: «piccolo uomo e traditore» (Onorato), «cappone» (Galloni), «poveretto» (Flamigni), «zombie con i baffi» (Occhetto), «analfabeta di ritorno» (Zolla), «mascalzone piccolo e scemo» (Cabras).
Ma la cosa più grave è ancora un 'altra e sta scritta a pagina 28 del libro di Gianfranco Miglio, Io Bossi e la Lega, pubblicato nel '94 da Mondadori. Racconta Miglio che il 26 maggio del '90, pochi giorni dopo le elezioni amministrative che avevano fatto fare il primo grande balzo alla Lega, Cossiga, allora Presidente della Repubblica, e suo amico di vecchia data, gli telefonò a casa e in tono concitato gli disse: «Dì ai tuoi amici leghisti che devono piantarla. Non mi mancano i mezzi per persuaderli. Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega, li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della polizia; anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento». Cossiga non ha mai querelato Miglio per queste dichiarazioni che sono o gravissime diffamazioni o implicano reati da Corte Marziale. La cosa è passata sotto silenzio. In quanto a Miglio e Cossiga risulta che siano ridiventati amiconi. A conferma che questo è un Paese in cui tutto è possibile. Tranne una cosa: coprirsi di ridicolo. È quanto Francesco Cossiga ha fatto con la comica iniziativa dell'Udr. È per tale peccato, in fondo veniale nel complesso dell'inimitabile carriera di questo boiardo democristiano, che credo, e spero, che di Francesco Cossiga non si parlerà mai più.
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