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Massimo Fini da L'Europeo del: 05/07/1993 Non si riesce a capire se l’iniziativa dei 230 parlamentari che, al comando di Marco Pannella, si sono «autoconvocati» per difendere la durata della legislatura sia più comica o proterva o inutile. Inutile, perché lo scioglimento, anticipato o meno, del Parlamento non dipende certamente dai suoi membri, ma è una potestà esclusiva del presidente della Repubblica al quale solo spetta decidere in un senso o nell’altro. Proterva, perché questo Parlamento, insediatosi prima delle inchieste della magistratura, degli sconvolgenti risultati delle numerose tornate amministrative, del referendum del 18 aprile, non rappresenta più, con tutta evidenza, il Paese e molti dei suoi membri, eletti grazie al denaro rubato alla collettività, alle pressioni mafiose esercitate sui cittadini, al voto di scambio, non rappresentano, con altrettanta evidenza, che la propria corruzione. In passato le Camere sono state sciolte anticipatamente per motivi ben più futili senza che nessun Pannella ci trovasse da ridire. Comica, perché comiche sono state le giustificazioni di questa singolare autoconvocazione. «Sono qui per salvare l’onore del Parlamento», ha dichiarato l’ex ministra socialista Margherita Boniver. Forse la signora Boniver avrebbe meglio difeso la dignità del Parlamento se non vi fosse mai entrata o se, a tempo debito, avesse mosso qualche obiezione quando il suo boss, Bettino Craxi, nominava i compagnuzzi ad altissime cariche pubbliche non per i loro meriti o capacità, ma, come lei stessa ha raccontato, per clientelismo o per ricambiare un favore o anche per toglierseli dai piedi. Il democristiano clemente Mastella ha affermato che «anche un Parlamento di transizione può fare grandi cose» e si è lanciato in un ardito parallelo con Giovanni XXIII, papa «di transizione» , dimenticando che papa Giovanni non era inseguito da mandati di cattura e che, a differenza di questo Parlamento, non aveva lasciato sulle spalle degli italiani due miliardi di milioni di debiti. Mastella ha anche detto: «È come se facessimo il Giro d’Italia e avessimo forato: ce la volete dare la possibilità di cambiare la gomma?». Eh no, caro onorevole democristiano, sono cinquant’anni che correte il Giro barando sulle classifiche, è venuto il momento di lasciar gareggiare anche gli altri. Naturalmente tutti questi balbettii cercano solo di nascondere, miserabilmente, le vere ragioni della maggioranza degli “autoconvocati». Molti (83) sono inquisiti e sperano di allontanare il momento della resa dei conti, molti altri sanno che non verranno mai più rieletti e che finiranno così i lauti stipendi, le prebende, i privilegi e che, orribile a dirsi, dovranno cominciare a lavorare. Il mistero è Marco Pannella, che certamente non ha di questi problemi. Tutti si chiedono: perché lo fa? Perche si è lanciato in una battaglia tanto impopolare quanto insensata? lo credo che, con Marco, si entri nella psicopatologia. Anche se non è stato il primo a denunciare i mali della partitocrazia (fu, nel ‘60, il giuri sta Giuseppe Maranini), Pannella è stato sicuramente uno dei pochi, e per certi periodi l’unico, che ha combattuto questo regime. E adesso viene preso da’una sindrome che credo di conoscere perché, nel mio piccolo, vi parteggio anch’io. Che è questa: solo io, che ho combattuto la partitocrazia quando tutti vi si appecoronavano, ora che tutti, salendo sul carro del vincitore, le danno addosso, ho le carte in regola per difenderla e per salvarla. È una forma di ipertrofia dell’io, di narcisismo esasperato, una sorta di demonismo che si sposa, in Pannella, con un’altra sua caratteristica: la vocazione al martirio. Essendosi identifjcato col Cristo, ha un bisogno disperato della croce. Non potendo più fare il martire dell’antipartitocrazia, lo fa della partitocrazia. Anche perché la caduta del regime lo spiazza, gli fa mancare un punto di riferimento e di appoggio. Con l’avvento della Lega anche Pannella deve pur essersi reso conto che, con tutti i suoi funanbolismi, strilli e imbavagliamenti, non ha mai scalfito sul serio il potere della partitocrazia, non le ha torto un baffo, è stato anzi usato come utile giullare di corte per far credere che una democrazia esistesse davvero. E deve essere stato con autentico orrore che Pannella ha visto nascere e crescere un’ometto, apparentemente senz’arte nè parte, Umberto Bossi che, in pochi anni, silenziosamente, lavorando sodo, è riuscito a fare quello che a lui, Pannella, non è mai riuscito: creare un movimento di massa che la partitocrazia l’ha abbattuta sul serio e non a chiacchiere. Sì, penso che oggi il problema, psicoanalitico e politico, di Pannella sia Umberto Bossi. Che d’un colpo gli ha azzerato trent’anni di vita. Che gli ha tolto il ruolo e preso il posto.
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