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Come insegna la recente truffa sul Lotto, non solo la criminalità da strada minaccia la sicurezza e gli interessi dei cittadini. Anche senza rapinare o uccidere si possono commettere reati
Massimo Fini da Il Borghese del: 27/01/1999 Il sostituto procuratore di Monza, Walter Mapelli, e il Giudice per le indagini preliminari, Giuseppe Airò, che hanno sollevato lo scandalo del Lotto dovrebbero essere deferiti al Consiglio Superiore della Magistratura per una punizione esemplare. Ma come, mentre il capoluogo lombardo e il suo hinterland, Monza compresa, sono sconvolti dal banditismo da strada, dalla droga, dalla prostituzione, da un’immigrazione criminale e i cittadini onesti sono vittime di violenze, di rapine, di assassinii, mentre Milano scende in piazza per la sicurezza e l’incolumità fisica dei propri abitanti e il leader dell’opposizione lamenta che «i magistrati inseguono i colletti bianchi invece che i delinquenti di strada», i signori Mapelli e Airò perdono mesi del loro tempo, distogliendo la polizia dal controllo del territorio (tutto ciò con il denaro della collettività) per perseguire una truffa indolore contro entità astratte come il Monopolio di Stato, il Ministero del Tesoro, il Ministero delle Finanze o le speranze impossibili di giocatori che non avrebbero vinto comunque e che al massimo hanno visto svanire un ipotetico lucro ma che non hanno sofferto alcun danno se non immaginario?
Nove arresti di cittadini incensurati per una cosa del genere? Dove sono finite le garanzie dell’indagato, l’inviolabilità della libertà personale, lo Stato di diritto? E se poi uno di questi disgraziati, Dio non voglia, si suicida in cella per la vergogna di essere stato sputtanato su tutti i giornali, chi lo sente l’onorevole Sgarbi? Eh, chi lo sente l’onorevole Sgarbi che è solito dare degli «assassini» ai magistrati anche quando il suicidio avviene per il solo timore dell’arresto, e prima di esso, come accadde al povero Raul Gardini? Figuriamoci il casino che pianterebbe in un caso del genere. E anche senza arrivare ad ipotesi così estreme hanno pensato i signori Mapelli ed Airò, che per aver vinto un concorso pubblico hanno in mano la libertà e la vita delle persone, all’umiliazione degli arrestati, delle loro mogli, dei loro bimbi che si son visti strappare i padri all’alba dal letto ancora caldo? Hanno pensato alla tragedia delle famiglie?
Eppoi siamo alle solite. Tutto si basa sulle dichiarazioni di un «pentito» , certo Giuseppe A., che, naturalmente, in questo modo, l’ha fatta franca e ha evitato la prigione. E vedrai che adesso dovremo anche proteggerlo, fornirgli i delle scorte, con i soldi dello Stato, con i nostri soldi. E magari gli daranno anche un premio in denaro, sempre prendendo dalla tasca di Pantalone.
Dice: ma si tratta di un reato contro la fede pubblica. E che sarà mai? Anche i reati perseguiti dal famigerato Pool di Milano (vera sciagura nazionale perché a furia di accanirsi contro la gente onesta, o colpevole al più di «pirlate», si sono dimenticati della delinquenza comune e abbiamo visto com’è finita conciata Milano), anche la concussione, il peculato, la corruzione di funzionari della Pubblica Amministrazione e di magistrati, il falso in bilancio, sono reati contro la fede pubblica e non sono anni che si va dicendo che è l’ora di finirla, e che bisogna «uscire da Tangentopoli», fare un’amnistia, qualcosa, o, quantomeno, ammettere «la modica quantità»? E adesso, dopo il Pool, ci si mettono anche i colleghi di Monza ad accanirsi contro cittadini che non sono certo banditi da strada ma rispettabili impiegati dello Stato, che non hanno fatto nulla a nessuno, che non hanno rapinato nessuno, che non hanno ucciso nessuno, ma che han solo cercato, come tutta la brava e onesta gente di questo Paese, di arrotondare il bilancio, di tirar su qualche liretta con un ingegnoso marchingegno che è quasi un gioco fra amici (c’erano anche i bimbi) e ai quali invece è stata appioppata addirittura «l’associazione a delinquere» come se fossero dei mafiosi o un racket di slavi e di albanesi? E infine questo Gip che si appiattisce regolarmente sul Pubblico Ministero, come è avvenuto anche a Monza, è proprio un’indecenza. Ma si sa come sono i magistrati in Italia, lo ha ripetuto anche l’altro giorno il leader dell’opposizione: «Chi vuole far carriera trascura i reati da strada e insegue quelli che gli possono dare pubblicità». E quale miglior cassa di risonanza di una truffa come quella del Lotto che colpisce l’immaginario collettivo? I magistrati di Monza farebbero meglio a impiegare il loro tempo e la Polizia a ramazzare gli immigrati clandestini e a perseguire la delinquenza comune, come fan le Procure che lavorano sodo e in silenzio, invece di andarsi a cercare facile pubblicità con il Lotto. Sul Giornale (16/1) Salvatore Scarpino ha scritto che lo scandalo del Lotto è precisa responsabilità del governo di sinistra. Dice: per la verità pare che questa faccenda andasse avanti da otto anni e che proprio negli ultimi tempi si fosse fermata. Appunto. Per otto anni la Procura di Monza, una di quelle che lavorano sodo e in silenzio, non s’è presa certo l’inconcludente briga di indagare su simili sciocchezze, ci voleva il governo dei giustizialisti di sinistra, assatanati nel perseguitare i «colletti bianchi» dimenticando la vera delinquenza, per spingere anche i magistrati di Monza a procedere per reati -oltretutto roba finita, roba, a volte, addirittura di otto anni fa- che non han fatto male a nessuno, che non hanno mai sparso il sangue di nessuno, che non hanno rapinato nè ucciso nessuno. Mascalzoni, mascalzoni.
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