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C’è una sinistra che dimentica i reati da strada. E una destra che considera bazzecole i furti dei «colletti bianchi». A noi, indifesi, non resta che la scelta tra essere ammazzati o derubati
Massimo Fini da Il Borghese del: 20/01/1999 Sono stato parecchie volte nel bar di via Derna dove l’altro giorno è stato assassinato per rapina il giovane titolare. Perchè a Milano è una delle poche tabaccherie aperte dopo le undici di sera e perché mi piace la zona di via Padova, nella sua parte alta verso la periferia, che ha conservato una dimensione e una vita di quartiere, dove tutti si conoscono e l’immigrazione meridionale si è ben integrata con i vecchi abitanti. E una delle poche zone di Milano rimaste un po’ vive la notte (mentre, a parte qualche angolo fasullo come Brera, il centro cittadino, svuotato della sua componente popolare cacciata, a suon di rincari, nell’immenso hinterland, è buio e transitato solo da immigrati, viados, prostitute) proprio perché c’è ancora la dimensione rionale e paesana e la sera gli abitanti scendono nei bar a giocare a biliardo, a scopone, a bersi un goccio, mentre gruppi di ragazzi e ragazze, soprattutto d’estate, stan sulla strada ad ascoltare musica fino alle ore piccole. Che il terrore criminale abbia raggiunto anche un quartiere così coeso e, fino a poco tempo fa, così tranquillo è significativo e si inquadra nella situazione generale della città. Nove omicidi in nove giorni, come nella Chicago degli anni Trenta, come nella Napoli o nella Palermo di oggi, mentre gli abitanti e i negozianti delle zone «a rischio» (ma ormai lo è l’intera città) organizzano serrate e scendono in piazza per chiedere maggior protezione. Cose da Napoli o da Palermo, cose che non si erano mai viste a Milano. Perche Milano non è mai stata una città violenta, almeno fino all’altro ieri. Qui si ricordano ancora come epiche le gesta della «banda di via Osoppo» che non fece nemmeno un morto. Senza cedere alla retorica romantica della «mala» cantata dalla Vanoni, si può però dire che a Milano esisteva una delinquenza professionale che stava ben attenta a non spargere sangue inutilmente. Anche perché allora c’erano le pene e il carcere non era un optional: quelli di via Osoppo ci finirono tutti, Luciano Lutring anche, Vallanzasca pure. Oggi la situazione è radicalmente cambiata. Ci troviamo di fronte a una criminalità capillare, diffusa, disperata, incontrollabile, originata da grandi fenomeni di disgregazione sociale come l’immigrazione extracomunitaria, la droga, l’emarginazione crescente di strati sempre più consistenti della popolazione (in Italia, come in tutto il mondo industrializzato, si allarga la forbice fra ricchi e poveri). Angelo Panebianco (Corriere della Sera, del 10/1) chiama tutto ciò «bla bla sociologico» e futile e porta l’esempio di New York dove il sindaco Giuliani, con severe misure repressive, è riuscito a diminuire la criminalità cittadina. Peccato che quella criminalità non sia affatto scomparsa, ma si sia semplicemente spostata altrove, per esempio è ritornata a Chicago. I fenomeni di disgregazione sociale provocati dalla modernità non sono un’invenzione di qualche bello spirito e le criminalità diffuse così generate sono come i rifiuti della produzione industriale: li si può comprimere quanto si vuole ma, prima o poi, da qualche parte risaltano fuori. Panebianco ha però ragione quando afferma che la cultura di sinistra ha creato un clima di perdonismo e di lassismo che ha fatto sì che contro la criminalità da strada non si faccia nemmeno quel poco che si potrebbe fare. Ma ha torto quando dimentica quanto ha contribuito a quel lassismo e perdonismo la cultura di certa destra, lui in testa, di questi ultimi anni, con la devastante campagna di delegittimazione della magistratura, e quindi anche, indirettamente, della polizia ai suoi ordini, e con le leggi ipergarantiste che, fatte per salvare gli indagati «eccellenti» di Tangentopoli, sono ricadute a pioggia, com’era ovvio, e com’è pure giusto, anche sulla cosiddetta delinquenza comune (a parte che anche il «tangentista», checché ne pensino lui stesso e i suoi sponsor, è un delinquente comune). Insomma c’è una sinistra che sottostima i reati da strada per privilegiare la lotta alla criminalità finanziaria e una destra che in nome di una supposta maggior gravità e «preoccupanza» dei reati da strada considera bazzecole irrilevanti quelli dei «colletti bianchi». La somma di questi due lassismi contrapposti dà come risultato la realtà che abbiamo sotto gli occhi. Perche la legalità è una sola. Quando invece si afferma, come è avvenuto in Italia, per responsabilità della sinistra e della destra, una cultura diffusa dell’illegalità, parta essa dai vertici o dalla strada, diventa poi difficilissimo contenere e combattere la criminalità di qualsiasi tipo. Dice Panebianco (e tutti quelli che la pensano come lui): ma i reati che mettono in pericolo l’incolumità fisica dei cittadini sono più gravi degli altri e devono avere la priorità assoluta. A parte che anche questo è opinabile (in una società interamente permeata dall’economia i reati finanziari non perdono ma acquistano importanza) c’è in ogni caso da osservare che in grande escalation non sono, checché se ne pensi, i reati contro la persona ma quelli contro il patrimonio. Basti considerare che gli omicidi sono passati dal 9,1 per centomila abitanti del primo decennio del secolo a circa il 13 dell’ultimo (le lesioni personali sono addirittura diminuite: da 360,7 a 205), mentre le truffe sono salite dal 62,5 al 237,1 (dati Istat), sono cioè quadruplicate. Se i reati contro la persona sono quindi più preoccupanti per la loro intensità, quelli contro il patrimonio lo sono per la loro estensione. E noi che siamo cittadini come tanti altri, nè di destra nè di sinistra, siamo stufi di essere messi, dalla destra e dalla sinistra, di fronte alla scelta tra farci ammazzare per strada dagli albanesi o farci depredare, a casa, dai «colletti bianchi».
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