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Ci espropriano perfino la morte

Complici i medici, i monitor e i computer, lo Stato interviene sempre più nelle scelte private senza il consenso del malato. Mentre la vita è un bene dell’individuo.

Massimo Fini da Il Borghese del: 10/03/1999
L‘ ultimo seminario dell’Accademia Pontificia è stato dedicato alla dignità del morente. In quest’Italia scristianizzata, laica, festivaliera, cialtrona e scaramantica solo i preti, ormai, hanno il coraggio di parlare della morte. Nella società moderna infatti la morte (non la malattia da cui, va da sè, grazie alla medicina tecnologica prima o poi si guarirà) è diventata il tabù dei tabù, è stata interdetta, proibita, dichiarata pornografica, scomunicata. Al punto che non si osa nominarla nemmeno nelle sedi in cui è protagonista. Basta leggere i necrologi dei quotidiani: la scomparsa, la dipartita, la perdita, si è spento, ci ha lasciato, è mancato all’affetto dei suoi cari, i parenti piangono, fino ai trapezismi di è tornato alla pace del Signore, è terminata la giornata terrena; non c’è eufemismo, circonlocuzione, giro di frase che non venga usato pur di non pronunciare la parola proibita.
La scomunica lanciata alla morte deriva da tutta una serie di fattori, in testa ai quali c’è il fatto, nuovo e straordinario, che non viene accettata perché non rientra nel quadro della società del benessere (a Milano 2 non fanno nemmeno i funerali, non starebbero bene, via, fra il «verde», i campi da tennis e lo Skorpion) , ma anche dal modo sordido in cui oggi generalmente si muore. Un tempo si moriva in famiglia, circondati dai propri affetti e si era i padroni e i protagonisti della propria morte. Ha scritto Philippe Ariès, autore di una Storia della morte in Occidente: «La parte principale toccava al morente stesso. Egli presiedeva, senza mai incespicare, perché sapeva come comportarsi, tante volte era stato testimone di simili scene. Chiamava ad uno ad uno i suoi parenti, i suoi familiari, i suoi domestici fino ai più umili... Diceva loro addio, chiedeva perdono, dava loro la benedizione. Investito di autorità sovrana dall’avvicinarsi della morte, impartiva ordini, faceva raccomandazioni... L’ uomo del Medioevo e del Rinascimento teneva a partecipare alla propria morte, perché vedeva in essa un momento eccezionale in cui la sua individualità riceveva la forma definitiva. Non era padrone della propria vita che nella misura in cui era padrone della propria morte. La sua morte apparteneva a lui e a lui solo».
Oggi invece siamo stati espropriati anche della nostra morte. I padroni ne sono diventati i medici, gli scienziati, i tecnici dell’equipe ospedaliera. Il morente, intubato, monitorizzato, computerizzato, irto d’aghi, affidato a macchine, è un oggetto, una povera cosa umiliata, che non ha alcuna voce in capitolo, la cui agonia può essere prolungata per mesi e per anni o, viceversa, può essere troncata innaturalmente perché il suo corpo serve da magazzino di pezzi di ricambio. La dignità e l’individualità del morente vengono calpestate senza scrupoli. In questo Grand Guignol, in questo museo degli orrori medico-tecnologico-scientifici che sono diventati gli ultimi tempi della nostra vita, nasce il problema, del tutto nuovo, dell’eutanasia. Prima la questione non si poneva. Le agonie erano dolorose, ma brevi: il tempo di fare le cerimonie sopradescritte e poi si rendeva, come suoI dirsi, l’anima a Dio. La peste, la febbre gialla, il vaiolo, la spagnola erano malattie pietose a paragone di quelle moderne, cancro in testa. Inoltre, e soprattutto, la medicina tecnologica come può, per i suoi scopi, degradare a cadavere un uomo vivo, così può, sempre per i suoi scopi, tenere in vita un cadavere. Il problema dell’eutanasia sorge perché, in forza di macchinari speciali ed eccezionali, l’uomo viene tenuto in vita artificialmente. Per questo penso che l’eutanasia debba essere consentita quando c’è il consenso del malato. Non per un molto moderno rifiuto della sofferenza, ma perché l’azione intrusiva, violenta, sul malato è avvenuta prima, quando l’equipe ospedaliera ha utilizzato macchinari speciali ed eccezionali per tenerlo in vita. Togliere di mezzo questi macchinari significa semplicemente restituire alla vita e alla morte il loro decorso naturale.
Attualmente L’ eutanasia è proibita in Italia perché rientra nelle fattispecie più ampie dell’«omicidio del consenziente» e dell’«aiuto al suicidio» che sono punite dal nostro Codice (artt. 579 e 580 c.p.). Ciò in base alla considerazione che la vita è anche un bene sociale e nessuno ne può disporre, nemmeno il suo proprietario o, a maggior ragione, chi lo aiuta a sopprimersi. Se il nostro ordinamento non punisce il suicidio ( come invece nel Medioevo in cui, sotto l ‘influsso della Chiesa, erano previste misure contro il cadavere) è solo perché l’autore si è sottratto alla giustizia terrena.
Legittimare l’eutanasia, sempre che vi sia, ovviamente, il consenso dell’interessato, altrimenti si inizia una spirale al cui sbocco c’è l’eugenetica, cioè l’eliminazione preventiva degli handicappati e dei malriusciti di nazista memoria, oltre a evitare sofferenze artificialmente indotte, quando il malato non è disposto a sopportarle, servirebbe anche ad affermare, invertendo l’attuale tendenza, il principio che la vita è innanzitutto un bene dell’individuo e solo in seconda istanza un bene sociale, principio quanto mai opportuno in un’epoca in cui la presenza dello Stato, anche nelle nostre scelte più private ed intime ( e cosa c’è di più privato, personale e proprio della malattia e della morte?), è diventata, nonostante tutte le professioni di liberalismo, asfissiante e totalitaria.
Oltretutto lo Stato, con tutto l’apparato del diritto successorio, ci priva già dell’ultimo piacere: quello di diseredare la moglie fedifraga o il figlio che si è comportato da stronzo, come invece era possibile in passato. Non c’è davvero più nessun gusto nemmeno a morire.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Società

Area Geografica
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Ci espropriano perfino la morte, Complici i medici, i monitor e i computer, lo Stato interviene sempre più nelle scelte private senza il consenso del malato. Mentre la vita è un bene dell’individuo., [b]Massimo Fini da Il Borghese del: 10/03/1999[/b] L‘ ultimo seminario dell’Accademia Pontificia è stato dedicato alla dignità
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