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Massimo Fini da L'Europeo del: 12/01/1994 Una donna inglese di 59 anni, grazie alle tecniche di fecondazione artificiale di un ginecologo italiano, Severino Antinori, ha partorito due gemelli. Una italiana di 62 anni che, dopo aver perso il proprio figlio adolescente, si è affidata alle cure dello stesso medico, è incinta di tre mesi e, se tutto andrà bene, ammesso che sia un bene, diverrà madre alla bella età di 63 anni.
Sono le due notizie che, uscite durante i torpidi giorni natalizi, hanno tenuto banco rimbalzando su tutti i giornali del mondo e rinfocolando la polemica su questo tipo di pratiche. Si affrontano qui due posizioni radicalmente contrapposte. Da una parte c’è chi dice: se queste metodiche esistono, se oggi è tecnicamente possibile ciò che solo fino a ieri sembrava impossibile, perché non approfittarne, perché rinunciare, perché negare alla donna, sia pure anziana, il diritto alla maternità? Dall’altra parte si obietta che tali pratiche violerebbero fondamentali principi etici e attenterebbero alla sacralità della vita.
Si tratta di una questione di difficilissimo approccio perché situata in una di delle zone di confine, inesplorate, nelle quali ci sta portando sempre più spesso la Scienza o, per meglio dire, il suo braccio armato, la Tecnologia. Per parte mia sono contrario, ma per ragioni che non hanno a che fare con l’etica o la sacralità della vita. Innanzi tutto queste pratiche mi paiono prive di senso e proprio di quel senso per cui vengono attivate: dare un figlio di sangue a chi non ne può avere. Tanto la donna inglese che quella italiana infatti non sono, o non saranno, madri di figli loro. Si tratta di donne in menopausa da anni e quindi, poiché la tecnologia medica, per quanto inforchi, impicchi e stregoneggi, non è in grado di creare gli ovuli là dove non ci sono questi sono stati presi a prestito da femmine più giovani, poi fecondati in vitro, infine immessi nell’utero delle aspiranti madri. Le quali, checché si illudano, non sono affatto tali, sono solo delle incubatrici, esattamente come, nelI’allevamento dei bovini, lo sono certe vacche che portano in grembo il frutto di una loro collega più pregiata e quindi troppo preziosa, economicamente, per farle perdere tempo o ovuli in una gravidanza. Si dirà che anche le cose insensate hanno diritto di esistere. Sia pure. Ma anche le cose insensate incontrano, come tutte le altre, dei limiti nei diritti altrui. Ed è questo il caso. Infatti di fronte al presunto diritto della donna, non importa di quale età, alla maternità (io trovo sinistra e fuorviante questa smania, tutta illuminista, di chiamare diritti gli accadimenti della natura, perché genera pericolose illusioni) sta il diritto, assai più certo, di chi nasce a non essere messo fin dall’inizio in una posizione di handicap. Che è invece la condizione dello spurio figlio di una sessantenne. Non perché le madri di questa età non siano capaci di tesori di affetto, ma per la semplice, buona e inequivocabile ragione, che le sessantenni, in linea di massima, muoiono prima delle quarantenni per non parlar delle ventenni.
Ed è difficile dare affetto dal fondo di un sarcofago. Se la natura ha posto un limite all’età feconda della donna qualche ragione ci sarà pure. E mi pare del tutto condivisibile l’affermazione del ministro inglese della Sanità, Virginia Bottomley, la quale ha affermato che «un neonato ha diritto a una vita normale accanto a una madre di giovane età». Eppoi, se in nome di un presunto diritto alla maternità, si accetta che tecniche artificiali rendano madre una sessantenne, perché mai si dovrebbe negarlo a una ottantenne? Chi ha diritto di porre dei limiti? I limiti, o li pone la natura imparziale, oppure, se li mette l’uomo, diventano arbitrari e iniqui. Detto questo non ho il minimo dubbio che le pseudomadri «over sixsties» prolifereranno, in modo legale e anche non legale se qualche patetica Commissione di bioetica cercherà di impedirlo. Perché, come mi ha detto una volta Edoardo Amaldi, uno dei padri dell’atomica, «l’uomo se può fare una cosa, prima o poi la fa». Vedremo quindi bambini in età di asilo spingere la carrozzella dei propri genitori. E’ un ridicolo che la nostra ubris merita abbondantemente perché, tutti presi da un grottesco delirio di onnipotenza, abbiamo perso per strada alcune regolette fondamentali che sono psicologiche prima che etiche. Noi non accettiamo più di morire; non accettiamo più di invecchiare, non accettiamo più i nostri limiti biologici perché non siamo più capaci di accettare la vita.
Questo è il fatto. Ci siamo semplicemente dimenticati che non esiste felicità se non si conosce anche il dolore, che non c’è giovinezza se non c’è la vecchiaia, che non c’è vita senza la morte.
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