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Che fine ha fatto la credibilità?

Magistrati che fanno i parlamentari. Ma anche giudici che passano a esercitare l’avvocatura. E così l’imparzialità va a farsi benedire.

Massimo Fini da Il Borghese del: 30/01/2000
Una delle poche cose concrete uscite dal congresso Ds è la proposta di Veltroni di una legge che impedisca ai magistrati che sono stati parlamentari di rientrare nell’ ordine giudiziario. Un magistrato che ha fatto politica attiva perde infatti uno degli elementi indispensabili alla sua funzione: la credibilità. Anche se lo fosse, nessuno pensa più che sia imparziale. Nè vale obiettare, come fa il sottosegretario alla Giustizia Ayala, ex magistrato, che una simile limitazione lederebbe il diritto costituzionalmente garantito a tutti i cittadini di fare politica. Ci sono infatti soggetti che per la funzione che svolgono devono rinunciare ad alcuni diritti che con quella funzione sono incompatibili. Tutti hanno diritto, ad esempio, di andare al Casinò, ma non sarebbe certamente opportuno che il presidente della RepubbIica ne fosse un frequentatore abituale. Le cariche pubbliche comportano onori ma anche oneri.
Io però andrei oltre la proposta di Veltroni. Dovrebbe essere proibito al magistrato anche di entrare in politica. La militanza in una fazione getta infatti un’inevitabile ombra su tutta la sua attività pregressa di magistrato. Si può addirittura arrivare a pensare che abbia svolto certe inchieste o emesso certe sentenze per accattivarsi una parte politica per poi farsene candidare. E’ il sospetto che ha inquinato Mani Pulite da quando Di Pietro ha lasciato la toga per darsi alla politica. lo sono arciconvinto che le inchieste della Procura di Milano siano state ineccepibili e che Di Pietro sia stato un eccellente pm, ma resta il fatto che tale circostanza ha dato il destro a coloro che avevano interesse a infrangere quelle inchieste di insinuare il sospetto. Ma io credo che ci sia anche un’incompatibilità fra un ex magistrato e la professione di avvocato se la esercita nello stesso Foro dove amministrò giustizia. Prendiamo il caso di Vittorio Metta. E’ il giudice della Corte d’ Appello di Roma che, in via civile, annullò nel ‘91 il lodo Mondadori con una sentenza favorevole a Berlusconi. Poco più di un anno dopo, lasciata la toga, è entrato come avvocato nello studio di Cesare Previti assieme alla figlia Sabrina. In seguito l’ ex giudice Metta è stato incriminato, assieme a Previti e Berlusconi, per corruzione in atti giudiziari proprio in relazione alla sentenza sul lodo Mondadori. Ma questo è un dettaglio di cronaca nera che qui non ci interessa. Il fatto è che Metta fa l’avvocato civilista nello stesso Foro dove fu magistrato civilista. Si è tanto parlato, e giustamente, della contiguità fra pubblici ministeri e magistrati giudicanti, che può dar adito a legittimi sospetti, ma una contiguità simile esiste anche fra magistrati ed ex magistrati che facciano gli avvocati nello stesso Foro dove furono giudici. Ed è un dato di cronaca che Vittorio Metta, assistendo Previti in una causa civile per diffamazione contro il cronista Marco Travaglio, abbia ottenuto una sentenza particolarmente pesante per il giornalista: 70 milioni di danni. Ma esiste una contiguità anche fra magistrato e avvocato quando costui è imputato o parte lesa in un processo che si svolge nel Foro dove entrambi esercitano. Facciamo, questa volta, il mio caso.
Previti, che esercIta abitualmente l’avvocatura civile nel Foro di Roma, che ha nel suo studio un ex magistrato civile del Foro di Roma, mi ha citato in giudizio davanti al Tribunale civile di Roma. E non mi chiede dieci lire ma dieci miliardi. Ora, l’ 0norevole Cesare Previti, l’ex magistrato Vittorio Metta e il Giudice Unico davanti al quale pende la causa, sono certissimamente persone specchiatissime. Ma io ho o no il diritto, in una situazione come questa, di avere qualche inquietudine e non la necessaria serenità sulla «terzietà» del giudice cui mi invita beffardamente l’onorevole Previti il quale, in qualsiasi parte d’Italia venga indagato, si tratti di Milano o di Perugia, si permette invece, come altri suoi autorevolissimi colleghi di Partito, di gridare al «complotto» della Magistratura? E se anch’io, in caso di condanna, facessi lo stesso? Se mi mettessi a gridare che è in atto un’intimidazione politico-giudiziaria contro la libertà di stampa e quei giornalisti che, non essendo nè di destra nè di sinistra, come sono io, sono scomodi per l’una e l’altra parte? Chi potrebbe impedirmelo con tanti e così autorevoli precedenti? Tuttavia io non lo farò, perché sono un cittadino rispettoso delle leggi, delle Istituzioni, della Magistratura. Ma devo dire anche che mi sto pericolosamente stufando di lottare, da trent’anni, con un braccio volutamente legato dietro la schiena, contro chi non solo li usa tutti e due ma a essi aggiunge il randello.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Società

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Europa » Italia

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Che fine ha fatto la credibilità?, Magistrati che fanno i parlamentari. Ma anche giudici che passano a esercitare l’avvocatura. E così l’imparzialità va a farsi benedire., [b]Massimo Fini da Il Borghese del: 30/01/2000[/b] Una delle poche cose concrete uscite dal congresso Ds è la proposta di Veltroni di una legge
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