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Che abisso fra il ’68 dei giornali e quello vero

Lo scopo ultimo dei sessantottini era la conquista delle prime pagine. E ci riescono ancora. Peccato, che sia stato diverso da quel che si scrive

Massimo Fini da L'Europeo del: 22/01/1993
Il ‘68 non è mai esistito. O, meglio, è esistito molto più sui giornali che nella realtà, è forse il primo caso in cui i media crearono l’evento. Del resto l’ambizione dei sessantottini, come ammise, a cose fatte, Guido Viale, era conquistare, più che il potere, le prime pagine del Corriere della Sera, ma una volta che ci furono arrivati cominciarono a crederci, e, in un circolo vizioso, a essere presi ancor più sul serio. Ecco perché oggi ci troviamo a commemorare i 25 anni di qualcosa che non ci fu, o con accenti nostalgici o con i fluviali e intollerabili pentimenti alla Mughini o con i brividi di autentico tenore che ancora percorrono le timorate signorine del capitalismo, vetero, neo e post, tipo Angelo Panebianco.
A ogni buon conto nella sua parte migliore il ‘68 fu un fenomeno di costume, la reazione giovanile al codinismo, alla bigotteria baciapile, al conformismo della borghesia. Ma anche in questo fallì, perché tutto ciò che prima era proibito divenne, in breve tempo, obbligatorio. Si dice che il ‘68 fu mallevadore del femminismo, fenomeno, questo, un poco più serio, ma non è affatto vero: perché il femminismo aveva preso le mosse molto prima e perché se c’è stato un movimento maschilista fu il ‘68. I leader erano solo uomini, le ragazze seguivano, come sempre, in coda ai maschi più carini, il massimo cui potevano aspirare era il ciclostile.
Politicamente il ‘68 si considerò un movimento anticapitalista. Ma lo fu solo a parole. Mai come negli anni in cui la cultura sessantottesca fu egemone l’ltalia ha subito, nei consumi e nei costumi, un così profondo processo di americanizzazione e di industrializzazione indiscriminata. Comunque è vero che la generazione del ‘68 intuiva, peraltro molto confusamente, che l’accelerazione tecnologica e industriale spingeva verso una massificazione, un appiattimento, una perdita di identità sempre più brutali. Ma il fatto comico, se non fosse tragico, del ‘68 fu di dar voce a queste angosce moderne con uno strumento vecchissimo, ottocentesco, contraddittorio rispetto ai fini, come il marxismo- leninismo. Così il ‘68 fallì anche là dove era più attuale.
A differenza degli altri Paesi, dove è durato un paio d’anni, da noi il ‘68 si è trascinato per quasi tre lustri. Ma le colpe qui non sono tanto degli studenti, ma di una classe dirigente che non seppe assumersi le proprie responsabilità e, di fronte alle richieste giovanili, non disse nè quei che andavano detti (come por mano a una seria riforma di una scuola burocratizzata e sclerotica), nè, soprattutto, quei no che pur andavano detti a una violenza diventata quotidiana e ordinaria ma preferì, in puro stile moroteo, arretrare davanti al fenomeno sperando che si esaurisse da solo. Così in Italia, e solo in Italia, il ‘68 ha prodotto tutti i guasti che poteva produrre senza che peraltro fosse data risposta alcuna alle poche giuste esigenze che interpretava. Questa combinazione di prepotenza studentesca e di irresponsabilità della classe dirigente provocò i danni maggiori proprio nella cultura e nella scuola. A una università carente se ne sostituì una addirittura inesistente, ponendo le basi per quella rivolta, assai più giustificata, del ‘77 che vide protagoniste masse di giovani deprivati di tutto, anche di quella cultura che i loro predecessori sessantottini avevano così mal utilizzato.
Ma la verità più profonda del ‘68 è un’altra. Si trattava della prima generazione di giovani europei che non aveva conosciuto la guerra e che, stante il ricatto atomico incrociato dell’era bipolare, sapeva che non l’avrebbe mai conosciuta. Ma, come tutti i giovani, anche i sessantottini avevano una tremenda voglia di menar le mani.
Si inventarono quindi una rivoluzione che però, da bravi figli di mamma e di una società opulenta, fecero solo a parole o con atti da teppisti da strada. Dopo di che, a parte qualcuno più illuso e più sincero, sono tornati tutti a casina loro, cioè fra le braccia della borghesia perché non erano altro che dei fottuti borghesi. E oggi, arrivati al potere, lo usano con una spregiudicatezza e con un cinismo che farebbero impallidire quei padroni delle ferriere contro i quali, a loro dire, erano scesi in piazza.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Società

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Europa » Italia

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Che abisso fra il ’68 dei giornali e quello vero, Lo scopo ultimo dei sessantottini era la conquista delle prime pagine. E ci riescono ancora. Peccato, che sia stato diverso da quel che si scrive, [b]Massimo Fini da L'Europeo del: 22/01/1993[/b] Il ‘68 non è mai esistito. O, meglio, è esistito molto più sui giornali che nel
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