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Massimo Fini da Il Tempo del: 01/05/2001 Sui trapianti e le donazioni d’organo si può pensarla in modo molto diverso, e anche diametralmente opposto, dato che è una di quelle classiche «questioni di frontiera» che coinvolgono profondamente non solo l’etica ma il modo stesso di concepire l’essere umano e il suo rapporto con la vita e con la morte. Ciò che è grave, oltre che grottesco, è che un problema così delicato e complesso diventi tema di dibattito nazionale perché un guitto l’ha tirato in ballo in una trasmissione televisiva, che il ministro della Sanità gli replichi in tutta serietà come se il guitto su questioni del genere avesse una particolare autorità e che le fila vengano poi tirate da altri personaggi e piccolo schermo e dello show-business: Maurizio Costanzo che ci fa sopra una puntata di «Buona Domenica», Enrico Mentana che organizza uno «speciale» per il suo Tiggì; Fabio Fazio che chiude un programma come «Quelli che il calcio», che nulla proprio nulla ha a che vedere con la questione dei trapianti, con un suo, pistolotto rivolto «urbi et orbi».
In un qualsiasi Paese che abbia un minimo rispetto di se stesso una vicenda simile sarebbe impensabile, purtroppo il Paese in questione, come ha detto l’Economist per altre e non meno gravi vicende, è l’italia e da noi i conduttori degli spettacolini televisivi e gli altri protagonisti del circo catodico non si limitano a fare il loro modesto, e ben remunerato, mestiere di intrattenitori e di pagliacci ma si ergono a maitre a penser. In altre epoche le grandi categorie etiche, che informavano il comportamento degli uomini, erano date da Platone e da Aristotele, dai grandi tragediografi greci, in seguiti dai Padri della Chiesa e dalla Scolastica, in secoli più vicini a noi da Cartesio, da Kant, da Hegel e in tempi più recenti e ancora e già di decadenza i punti di riferimento si chiamavano Thomas Mann in Germania, Bertrand Russel in Gran Bretagna, Gide, Sartre e Camus in Francia, Benedetto Croce e Pier Paolo Pasolini, che è stato l’ultimo ad avere caratura da maitre a penser, in Italia; oggi invece sono, perlomeno da noi, i conduttori televisivi, i cantanti, le soubrettine, i giocatori di pallone, i Costanzo, i Santoro, i Fazio, i Baudo, I Celentano, i Battiato, le Alba Parietti, gli Arbore a svolgere questa funzione.
Costoro confondono la potenza del mezzo di cui si servono, la Tv, con quella del proprio pensiero e i parti dei loro cervelli con dei filosofemi. E, in un certo senso, hanno ragione, perché le loro opinioni, se così possiamo chiamarle, hanno più peso di quelle di qualsiasi studioso che passi il suo tempo fra i libri o nei laboratori invece che in mezzo alle quinte di cartapesta di un programma Tv diretto a una moltitudine di semideficienti.
In fondo «tout se tient», i Platone e gli Aristotele non esistono più, e grazie ai ministri Berlinguer e De Mauro, non vengono nemmeno più studiati, non ci sono più i Padri della Chiesa, né San Tommaso d’Aquino né Alberto Magno né Raymond de Pennafort né Nicola Oresme né Duns Scote, Cartesio, Kant ed Hegel hanno smesso da tempo di avere una qualsiasi influenza e per le nostre testoline sono già troppo Thomas Mann o Croce e persino Pasolini, per cui è giusto, è conforme «torna» come dicono i fiorentini, che fra i nostri punti di riferimento ci sia oggi Adriano Celentano, uno che avrebbe suscitato forti curiosità in Cesare Lombroso. Ma anche Lombroso non esiste più. Anzi è stato messo, opportunamente, fuorilegge.
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